
L’ultimo post è rimasto online un pò a lungo, lo so. Passava lo stesso titolo come un disco che si era incantato ma la verità è che per tutta l’estate non ho avuto niente da dire. Si poteva commentare quanto faceva caldo o come è drammatica la situazione dei siriani che scappano. Una volta avrei voluto raccontare di avere incontrato Mario Draghi in aereo e di avergli chiesto se è al corrente che le banche in Italia non prestano soldi a nessuno, o di quella volta che ho incontrato e salutato Francesco Totti all’aereoporto ma che l’euforia delle ore succesive è stata rovinata da tutti i laziali che ho incontrato dopo cominciando dal tassista che mi ha portato a casa. O ancora di come sono riuscita a fuggire, a Filicudi, dal vigile che mi voleva notificare l’ordine di demolizione della mia casa ..
Poi leggo la storia che sto per raccontarvi e questo sì diventa un argomento importante perché non ne ho mai sentito parlare fino a qualche giorno fa quando l’ho letta su un giornale inglese.
A Damasco nel 2011 viveva un ragazzo che per mestiere faceva il fotografo, non uno come me o come Matteo Visconti che fotografiamo pesci o natura, lui fotografava (per una sorta di lavoro di archiviazione burocratico proprio dei regimi) i corpi dei civili deceduti dopo la tortura in prigione. A Damasco ci sono circa 30 dipartimenti che fanno capo alla polizia, il più importante è quello dedicato alle investigazioni e alle prigioni. Lui lavorava lì. Prima dello scoppio della guerra civile in Siria i fotografi militari erano mandati sulla scena di un incidente stradale o di un crimine per scattare le foto al luogo e al corpo del morto in modo che completassero il dossier di prove da presentare al giudice, durante il giudizio.
Ma quando nel 2011 cominciarono le prime dimostrazioni in strada contro il presidente Assad, i morti che erano chiamati a fotografare erano civili arrestati come terroristi che i militari torturavano in prigione.

Dal 2011 al 2013 Caesar, questo è il nome con il quale è conosciuto per proteggere il suo anonimato, ha fatto una copia delle migliaia di fotografie che venivano scattate e archiviate sul computer su una penna USB che la sera nascondeva dentro una scarpa per passare il check point.
A bassa risoluzione queste foto poi venivano mandate all’estero per paura che le copie in alta risoluzione fossero trovate prima di esportarle. Nel 2014 aiutato da Mouaz Moustafa, capo della Syrian Emergency Task Force, Caesar ottiene asilo in Europa e poco dopo viene raggiunto da tutta la famiglia. In aprile del 2014 le sue foto sono presentate per la prima volta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a luglio si reca negli Stati Uniti e parla con i rappresentanti del Holocaust Memorial Museum dove le foto andranno in mostra, depone poi a porte chiuse alla House Foreign Affairs Committe.
La serie di foto documentano la scala dei crimini.. una stanza con 50 corpi, o pile di tre, uno sopra l’altro con gli evidenti segni di tortura da elettroshock, con gli elettrodi ancora attaccati, orbite vuote, arti, dita e genitali recisi.. in una foto il viso di un uomo era stato bruciato e sciolto da una padella incandescente.
Erano state ordinate, ho trovato scritto su Newsweek, per produrre un certificato di morte senza che i parenti vedessero il corpo e per dimostrare alle gerarchie alte che il compito dei militari di eliminare certi individui, era stato portato a termine. Nell’intervista che Caesar ha dato al Guardian invece la versione è che il sistema ha continuato il lavoro di archiviazione in automatico, senza cervello.
Un patologo forense, un antropologo forense e un esperto d’immagini legale, oltre a un team di pubblici ministeri che hanno lavorato nelle cause più recenti di genocidi ( Rwanda, Darfur, Bosnia, Cambogia) hanno tutti confermato la veridicità delle foto, tranne Assad.
La strategia di Assad è stata quella di colpire le aree popolate da civili contrari al suo regime, e di mandare segnali al resto dei Siriani che anche le loro zone sarebbero state attaccate e rase al suolo se avessero nascosto l’opposizione. Praticamente governa con il terrore, con la violenza, con la tortura e l’annientamento di civili, e come la storia tramanda, anche il padre ha fatto prima di lui.
Intorno ai civili morti nelle prigioni di Assad c’è il dramma dei parenti che cercano i figli e i mariti senza sapere che fine hanno fatto. Caesar racconta del padre che non voleva credere alla morte del figlio finchè non gli ha dovuto mostrare la foto e anche la foto a volte non basta a dimostrare l’identità di una persona perche le facce dopo la tortura sono irriconoscibili.
Questa storia scuote perché è la storia di un ragazzo qualunque, un semplice fotografo inserito nell’ingranaggio di una macchina micidiale, che per anni ha vissuto nella paura di essere scoperto, che ha messo a repentaglio la sua vita, quella della famiglia e quella degli amici che lo hanno aiutato perché era sicuro che le 55.000 foto che ha fatto passare oltre il confine e mostrato al mondo intero avrebbero costretto i politici a prendere provvedimenti contro Assad.
Eppure il mondo degli uomini di potere non ha registrato nessuna scossa, forse neanche l’opinione pubblica che continua a criticare lo stato di disperazione degli esiliati a forza.

I Russi tengono Assad al suo posto per questioni strategiche, gli Americani anche perchè pensano che la Siria cadrebbe in un vuoto politico e caos sociale peggiore di quello attuale, Renzi non si pronuncia ma dice che occorre un progetto pluriennale che sta per – impossibile trovare una soluzione –, mentre l’Europa si stringe e viene ridefinita dall’onda di civili siriani che non tutti sanno da cosa scappano.
La morale è riflettere sulla violenza umana: sui militari indottrinati che prendono a calci i cadaveri ‘you son of a bitch..’ ma non li hanno mai visti prima in vita loro; su quei militari armati con un fucile d’assalto di marca russa che costringono un giovane siriano a proclamare ‘there is no God than Assad’ e poi lo uccidono ugualmente. Ma anche riflettere sulla morte. Perché ce n’è troppa intorno a noi, tanto da dire che non si è mai fermata, che non ci ha dato una tregua. Forse dobbiamo considerare la morte qualcosa di sconveniente solo per chi guarda e non per chi la subisce. E voglio immaginare che sia così perchè non vedo quale può essere stato il crimine dei circa 200mila civili siriani uccisi ad oggi che si opponevano al regime di Assad, se non il diritto di vivere liberi con le loro famiglie e senza paura.
Autore: Vittoria Amati
















































































