La teoria da Nobel

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Stavo aprendo una scatola di cartone quando un libro, rimasto chiuso per un paio di anni per colpa del trasloco si riaffaccia a nuova vita, in una nuova casa. Lo apro, scorro tra le pagine, leggo una riga .. ‘e poi l’umanità dopo il lungo conflitto sociale vivrà sulla Terra l’Era dell’Aquario.’ Ah… mi ero completamente dimenticata dell’Era dell’Aquario. I grandi mistici hanno profetizzato l’avvento di un nuovo ciclo per l’Umanità, un ciclo di illuminazione interiore, spiritualità, pace ed armonia. Quando questo paradiso in terra dovrebbe arrivare non è scritto, neanche gli astrologi che studiano il movimento delle stelle sanno dire esattamente quando il cielo posizionerà sopra le nostre teste il disegno astrale dell’Era dell’Aquario. Certo è che a vederla oggi, la società sembra sull’orlo di un baratro.

In qualche modo do seguito al post precedente perché è difficile non vedere quello che succede nel corridoio a destra dell’Italia dove si snoda una fila ininterrotta di persone che scappano determinati a non farsi ammazzare e a trovare una vita migliore. Avete mai fatto trekking? Quanto peso potete portare quando camminate per, diciamo, 10 ore?  Dopo un’escursione di una giornata a piedi come arrivate in albergo o a casa? Mettete invece che siete in marcia per più di un giorno e non avete una casa dove fare ritorno e la bottiglia d’acqua e la colazione al sacco si sono esaurite alla fine di una giornata; mettiamo che viaggiate con quello che avete indosso, accompagnati da vostra madre, vostra sorella, vostra moglie e vostro figlio, tutti con l’esigenza di fare tre pasti al giorno, di bere un litro di acqua, e poi di andare in bagno per eliminare i pasti e i liquidi. Mettiamo che è tale la vostra voglia di sopravvivere che vi adattate a dormire per terra, ammassando sotto il corpo qualsiasi materiale che vi protegga dal freddo del cemento. Di notte fa freddo e dormite con quello che avete addosso, ma dopo due o tre giorni senza un bagno i vostri vestiti cominciano a prendere l’odore della vostra pelle, della pelle di quello contro il quale vi siete accucciati per scaldarvi. Mettete che viaggiate con vostro figlio che piange e gli cola il naso, gli pulite il naso con un lembo della camicia, o del vestito. Quello che avete addosso diventa l’unico pezzo di stoffa con il quale coprirvi, scaldarvi, dormirci e pulirvi. Arrivate alla frontiera di un paese, che dovrebbe farvi passare per concedervi integrazione, stanchi dopo notti insonni, affamati dopo giorni che non fate un solo pasto completo, assetati, sporchi. Quello che non sanno quando vi vedono arrivare ‘profughi’ è che un giorno voi eravate benestanti, avevate una casa, una cucina, un bagno, un quartiere dove fare la spesa, un’area geografica dove si coltivava e il mangiare arrivava fino alla vostra tavola.

Per un profugo non c’è più cibo assicurato, non c’è denaro per comprarlo, non c’è quartiere o area geografica che produce abbastanza cibo per un surplus di persone in fuga da un paese in guerra.

Nove milioni e mezzo di persone in Siria sono state sdradicate dalle loro case. La maggior parte sono diventate dipendenti dall’aiuto e ospitalità di altri paesi come la Giordania, il Libano, la Turchia e l’Iraq; 150mila  civili si sono spinti in Europa in una transumanza umana che è pura follia, non ha niente di logico. Scegliere di migrare al nord europa dove la cultura, la lingua, le usanze, il clima sono l’esatto opposto di quello che hanno lasciato e dove la popolazione locale risente il loro arrivo perché spazio e nutrimento sono calibrati non flessibili, è un passo dettato dal cieco bisogno di sopravvivere. Se da una parte si capisce il bisogno dei profughi, dall’altra si capisce anche il risentimento della società locale. Siamo stretti. Siamo in troppi a condividere le risorse che i governi ci lasciano dopo le tasse.

Sommiamo alla Siria anche gli sfollati della guerra civile irachena 1 milione e 800mila, della guerra civile libica 140mila, e aggiungiamo anche la generazione di nordafricani senza lavoro  che premono in Europa per lavoro. Insostenibile. Questi milioni di persone, con una vita in transito, devono mangiare ogni giorno pur non avendo un pezzo di terra dal quale tirare fuori sostentamento.  Ma non dimentichiamo neanche i miliziani, le truppe governative, i civili che hanno imbracciato il fucile, i ribelli che combattono – se combattono chi produce cibo per loro? come fanno a mangiare ogni giorno? nei paesi in guerra non esiste più un filo d’erba in piedi, non un animale domestico, si fa il deserto.

E poi.. noi parliamo di dieta, delle calorie che servono per mantenerci sani. Ma quando milioni di persone non mangiano, non bevono, non dormono come dovrebbero, quando una generazione di bambini non va a scuola, che tipo di società sarà quella del futuro?

Guerra e transumanza hanno un costo nascosto ulteriore in termini di equilibrio e affetto. La guerra ha fatto saltare nella vita dei profughi tutte le relazioni famigliari e sociali, quando s’imbarcano per cercare di radicarsi da qualche altra parte sono odiati, umiliati, picchiati, respinti da tutti quelli che incontrano, non possono contare su nessuno. Che tipo di persona diventerà un giovane profugo che vive accanto a famiglie che non hanno mai provato le ferite della guerra e dormono sogni tranquilli?

Ai profughi non può essere contestata nessuna responsabilità di voler vivere. Va contestata a chi gioca la guerra sulla loro pelle. Ma neanche questo è possibile perché le sfere d’interesse si muovono troppo in alto per essere giudicate, sono inafferrabili. Qualcosa però va cambiato. E qui ci fermiamo perché non c’è opzione per il cambiamento.

Sono decenni che filosofi e scienziati sono fermi alla fine della strada quella che da sul baratro dove si trova la nostra società oggi. Non sanno che risposta dare al problema della sovrappopolazione e al limite delle risorse del Pianeta. Se avessimo più terra, più spazio, più capacità produttiva il problema dei profughi non esisterebbe.

Il primo che riesce a teorizzare un’idea per aiutare la società ad adottare cambiamenti politici ed economici post-industriali è in lizza per il Nobel… meglio, l’ha  sicuramente vinto.

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Autore: Vittoria Amati

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