Per salite e discese

Domani scrivo il pezzo.. È andata così per parecchie settimane. Poi si sommavano nuove avventure e cose da raccontare e rimandavo ancora di più. Adesso ci sono 17 gradi (incredibile, no?) qui in Inghilterra, il tempo è coperto e io mi sono incollata alla sedia per scrivere.

A volte rimando perché mi manca il coraggio di scriverle certe avventure. In un mondo così confuso si può raccontare di avere trovato la formula per essere felici? Felicità è quando pensi di non essere capace di fare una cosa, poi la fai e improvvisamente ti ritrovi immerso nel buonumore.

Filicudi – primi di maggio. Nella mia casa dall’altra parte dell’isola ci si arriva praticamente via mare, a meno che non ci si spinga a fare una lunga camminata per quattro ore. Con me c’era un amico di Bologna, di quelli che per lavoro passano il tempo alla scrivania. Avevamo solo 4 giorni. Il primo lo sprechiamo sull’isola impossibilitati ad arrivare dall’altra parte per le condizioni del mare. Super, ma veramente super annoiata di passare il tempo organizzando la prossima mangiata  (così si passa il tempo in vacanza) decido che il mattino dopo saremo partiti a tutti i costi, a piedi. Gruppo: Ale di Bologna, Alessandro e Lorenzo di Filicudi, la sottoscritta. Tutti con i propri zaini, scorte di mangiare per tre giorni, musica e macchina fotografica al collo. L’unica differenza tra i locali e le straniere erano le scarpe. Scarponi da montagna per i primi scarpe da tennis con la suola piatta per me, Hogan per il bolognese.

Salita nessun problema. Cuore a mille, ci si ferma e si continua la scalata del pendio del vulcano. Poi un’ora circa di sentiero in piano sulla parete della montagna con precipizio al lato da non guardare, e poi finalmente la cima e il panorama che ti ferma il respiro per altre ragioni, per la bellezza: l’isola di Alicudi che si staglia all’orizzonte con la sua nuvola di vapore acqueo per cappello, la Canna che s’innalza dal fondo del mare e poi giù arroccata sul pendio la mia casa, gli ulivi, le piante in fiore.

Discesa sembra la parte più facile, eh? Se avessi avuto uno slittino sarei arrivata prima e meglio perché un paio di scarpe con la suola piatta si sono rivelate un suicidio. Sul sentiero di terra rossa e sassi si nascondeva l’insidia peggiore,una ghiaietta apparentemente innocente che faceva perdere la presa della suola sul terreno. Le ho contate. Sono caduta con il sedere sul sentiero sette volte. Ogni volta, per proteggere le vertebre sacrali, ho dovuto poggiare per prime le mani a terra. Grondavano sangue e sabbia rossa. La macchina fotografica continuava a sbattere a destra e sinistra ma non avevo posto nello zaino per proteggerla. Il mio amico è caduto solo quattro volte. Aveva Alessandro accanto che lo aiutava. Quando finalmente siamo arrivati sulla terrazza di casa e abbiamo poggiato gli zaini abbiamo ringraziato i santi in paradiso per averci protetto da slogatura certa. Eravamo morti di stanchezza. Eppure per il solo fatto di avere lasciato tutti gli altri turisti e amici dall’altra parte dell’isola, averli distanziati su un sentiero così difficile, mi dava un senso di libertà e autonomia che assaporavo con un certo orgoglio.

Arrivati eravamo arrivati, dovevamo poi sperare che il mare si calmasse nei prossimi giorni per uscire di lá. Difficile immaginare un’altra camminata a breve.

Annaffio le piante, puliamo il giardino, raccolgo i limes e i limoni che sono maturi, controllo il carico di frutta ancora acerba delle altre piante, bruciamo la vecchia legna.

Arriva il giorno della partenza. Al mattino il mare è abbastanza calmo, se continua così la sera possiamo tornare dall’altra parte dell’isola in barca. Chiamo Nino, del diving, l’unico che ha le barche in mare in questo periodo. Rimaniamo d’accordo che ci viene a prendere a fine giornata.  Alle 4 del pomeriggio, invece, sale il vento. Il mare improvvisamente si gonfia, le onde si arruffano, aumenta la risacca che sbatte sugli scogli. Nessuna barca si può avvicinare. Alessandro, il più vecchio e il più esperto, si arrampica dall’altra parte del vallone per vedere com’é la situazione del mare nella caletta, l’unico posto relativamente riparato dove una barca può avvicinare gli scogli per farci saltare sopra. Prepariamo gli zaini.  Vedo Alessandro in lontananza che mi fa segno di no, le onde nella caletta sono troppo alte. Ma Nino ha appena chiamato dicendo che sta venendo a prenderci. Nessuno ha voglia di farsela a piedi. Se partiamo adesso arriveremo sicuramente con il buio.

Razionalmente avrei dovuto prendere la strada per la montagna invece decido di uscire via mare, di tentare. Al massimo, ho pensato, ci buttiamo in acqua. Non riflettendo che i filicudari hanno problemi con l’acqua, sono tutti cattivi nuotatori. Come dire,poi, al mio amico di Bologna che arrivare alla Caletta é ancora più impegnativo della discesa di qualche giorno prima? Avevo paura a guardarlo negli occhi. Mi ucciderà.

Mentre scendiamo sul sentiero per raggiungere la spiaggia Lorenzo bisbiglia ..’ la discesa era facile, adesso viene il bello..’ Spero che non lo abbia sentito. 

Altra ghiaia. Ci sorreggono le ginestre ai lati del sentiero. Una volta in spiaggia dobbiamo camminare in bilico sui massi rotondi e scivolosi. Tagliamo per la spiaggia per non fare il giro via terra che ci porterebbe via tempo. La risacca però ci taglia la strada, le onde s’infrangono troppo veloci per lasciarci passare. Dobbiamo arrampicarci sulla roccia e scendere dall’altra parte. Lorenzo apre la strada. Il suo cane davanti a me s’arresta in cima. Ha paura di scendere. Alessandro da dietro gli da una spinta e lo toglie dal dubbio. La roccia, nera e vulcanica, é tra le meno ospitali. Rugosa, tagliente, ripida.Troviamo piccole rientranze dove mettere i piedi e le mani per issarci. Lo stesso in discesa. Se cadiamo ci facciamo molto, molto male. Dobbiamo mantenere il sangue freddo, non pensarci. Non pensare che l’alternativa sarebbe 4 ore a piedi di camminata.

Arrivati alla caletta le onde si rompono sulla spiaggia di sassi e contro le pareti laterali con una tale forza infernale di spruzzi che a me viene da ridere. Come diavolo facciamo a salire in barca? Dal largo Nino ci osserva arrivare e piano piano si avvicina. 

Lorenzo va avanti, lo seguiamo sul costone laterale della caletta. Ci appiattiamo con le spalle alla roccia per non farci bagnare dall’acqua delle onde che ruggiscono. Siamo tutti arrivati sul lembo estremo della caletta, appollaiati sulla roccia con pochissimo margine di movimento. Nino comincia a contare le onde. Lui ne conta tre forti e due deboli. Io di solito ne contro 4 forti e mi getto sulla barca alla quinta che é la debole.

Nino a Filicudi é uno dei migliori uomini di mare. Il secondo migliore, Alessandro, era con noi. In queste condizioni ho imparato da entrambe una cosa: fatti i dovuti calcoli non puoi avere nessuna esitazione. La situazione era francamente pericolosa. Ci dovevamo gettare da un’altezza di circa 5 metri d’altezza, nello spazio di qualche secondo, su una barca che non poteva avvicinarsi troppo perché le onde l’avrebbero sbattuta contro le rocce.

Conto le mie 4 onde, Nino si avvicina, tutti cominciano ad urlare .. salta, salta, salta. Non sentivo nessuno, stavo solo calcolando dove atterrare sulla barca. Salto e atterro di pancia esattamente al centro della prua sul materassino di gomma. Dal momento che uno ce l’ha fatta tutti gli altri prendono coraggio. Mi sposto. Il prossimo é il bolognese, quello che va in vacanza a Rimini. Sempre allo stesso stabilimento, sullo stesso lettino prenotato di anno in anno. Salta, entra in barca ma sfiora la pernaccia di prua del gozzo. Si porta le mani all’inguine, gelo pensando si sia ferito. Dopo di lui Lorenzo e in ultimo Alessandro che tiene in mano un pezzo di corda alla quale é legato il cane che nel salto rimane a metà fuori dalla barca in acqua. Veloce lo tira su quasi strangolandolo.

Ci siamo tutti. Tutti interi. E a questo punto sempre non osando guardare negli occhi l’amico bolognese scoppio a ridere. Rido perché ho osato e mi é andata bene, rido perché ho risparmiato la salita e la marcia di quattro ore, rido perché usare il corpo ti da una libertà che tutti hanno dimenticato, rido perché il bolognese sta cercando di farmi sentire in colpa elencando tutte le volte che ha rischiato di morire..  Se non mi fa causa, penso, a Rimini non ci tornerà più.

A volte penso ai cittadini di NY che pensano di condurre una vita super felice che tutti gli invidiano. Penso a quei cittadini che ho visto, l’ultima volta che ci sono andata, mangiare in un piccolo tavolino di un ristorante di sabato esposti al primo sole primaverile, sul marciapiede della strada, riparati dal traffico da una fila di ulivi smilzi e asfittici. E non sanno, non suppongono, non immaginano neanche lontanamente cosa potrebbe dargli una risata ininterrotta per ore…

 

Autore: Vittoria Amati

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