Quando studiavo politica, in quel periodo della vita in cui serve una bussola, ero soprattutto interessata a trovare tra la moltitudine di formule economiche sperimentate dai governi, quella scientifica ovvero quella che replicata e applicata in qualsiasi condizione sociale garantisse la crescita. (Spero di non parlare troppo difficile e non sembrare una giornalista italiana noiosa che ripete notizie politiche noiose di un quotidiano bla, bla, bla.. Per seria che possa sembrare la riflessione serve per chiarire certe situazioni nebulose odierne).
La teoria economica rigorosa doveva esistere per forza di cose con tutte le menti matematiche e scientifiche da nobel che si erano applicate per trovarla…
Torniamo all’inizio per un momento, e rivisitiamo una delle teorie che hanno incoronato Adam Smith, filosofo e economista scozzese, fondatore dell’economia moderna con una delle teorie più famose alla base del capitalismo, quella del ‘Free Market’ (mercato libero). Secondo Smith la domanda e l’offerta dei beni di consumo hanno la capacità di autoregolamentarsi spingendo l’economia non solo verso la crescita ma verso la piena occupazione. Nella metà del Settecento imperava il ‘mercantilismo’, descrizione di un protezionismo ossessivo da parte di ogni ceto che operava nel commercio, dallo Stato che custodiva gelosamente le sue riserve di oro e argento nelle casseforti fino alle industrie, ai commercianti, agli artigiani che ricorrevano alla legge per proteggere i loro guadagni dai concorrenti esterni. Adam Smith smonta le diffidenze con un trattato The Wealth of the Nations, auspicando i governi ad avere fiducia nella liberalizzazione degli scambi perché non solo hanno la capacità di creare un ritorno economico, ma sono socialmente stabilizzanti. Infatti, abbattere le tariffe e aprire le frontiere al commercio hanno l’effetto di creare relazioni interdipendenti tra paesi ed evitare i conflitti.
Due guerre mondiali dopo, tirando le somme, si può obiettare che applicare gli effetti auto-regolanti e riparanti ispirati ai meccanismi naturali o addirittura al corpo umano, all’economia, come se le due scienze si potessero equiparate, è stato un calcolo azzardato. Il libero mercato è semplicemente sfociato in un capitalismo senza regole.
Salto in avanti, era moderna con un altro padre dell’economia: John Maynard Keynes, economista inglese testimone della Grande depressione americana e mondiale del 1929. Corregge la teoria prevalente obiettando che non sono i mercati ma i governi, attraverso le loro politiche, ad apportare gli ‘aggiustamenti’ necessari per fare ripartire l’economia. Per ottenere la ripresa, infatti, devono aumentare la crescita attraverso la domanda di beni di consumo, ovvero quella domanda che poi sarebbe diventata nota negativamente come ‘consumismo’.

Ecco, ho dovuto fare un passo indietro tedioso per ricordare come siamo finiti in un mare di plastica e di rifiuti: l’ossessione dell’economia di farci consumare perché senza consumo non c’è né occupazione, né industrie, né stabilità dei prezzi; senza occupazione e industrie non c’è liquidità, senza liquidità torniamo in una grande depressione economica dalla quale ne usciamo di nuovo solo ‘consumando’. E non solo dobbiamo consumare plastica e tutto l’inferno di oggetti che produce l’industria moderna ma dobbiamo creare infrastrutture, spendere in armamenti, aumentare il debito pubblico. Perché la domanda non è solo trainata dal consumatore ma anche dalle imprese e dai governi: tutti devono spendere. Keynes, infatti, si riferiva alla ‘domanda’ come ‘domanda aggregata’
L’Italia ha un debito pubblico di € 2.345,3 miliardi che è il secondo più profondo in Europa dopo la Grecia, e il quarto più profondo nel mondo. Già le cifre potrebbero istillare il dubbio che questa economia, per come é stata concepita, abbia poco di scientifico.
Eppure a Keynes e agli economisti delle decadi successive, con una mancanza d’immaginazione questa sì da Nobel, non è mai venuto in mente che il pianeta potesse diventare appesantito, sporcato, soffocato dagli scarti di 1 milione di bottiglie di plastica al minuto, 22 miliardi all’anno di cui solo il 5% riciclabile; da 44.7 milioni di tonnellate di e-scarti (elettronici e elettrici); da 2.01 miliardi di tonnellate di rifiuti cittadini di cui solo il 33% riciclato in modo sicuro; da 1.3 miliardi di tonnellate di cibo buttato di cui il 35% è pesce (questo dato mi deprime immensamente). Se queste cifre non vi stupiscono e non vi fanno bollire il sangue, nessun problema, la maggior parte della gente é spinta, dalla pressione mediatica e politica, in un coma indotto per indebolire ogni volontà di reazione. Queste cifre sono sunti per brevità di spazio, la verità dietro ai numeri dello spreco é più colossale di quanto ho scritto.
L’Eureka gridato da Keynes quando ha semplicisticamente proposto la scorciatoia del maggior consumo risuona sinistro anche solo leggendo i dati dell’industria della moda: secondo inquinatore dopo il petrolio con il 10 % delle emissioni di gas serra nell’atmosfera; più di 70 milioni di alberi abbattuti ogni anno per essere trasformati in materiali come il rayon, la viscosa, il modal e il lyocell; 253 tonnellate di tessile sprecato, ad esempio, nelle discariche di Hong Kong ogni anno.
Bisognerebbe passare gli eminenti economisti alle armi e staccargli le stellette appuntate sul petto, depennarli dalla lista della ‘most important person of the century’ del TIME, ed acquistargli un biglietto su un treno merci aperto verso un gulag siberiano ad imparare per punizione la scienza vera, quella che insegna ciò che l’ambiente può o non può naturalmente riciclare e assimilare prima che le strade cittadine, i parchi, i lati delle autostrade, le spiagge, i laghi, il mare, diventino una discarica a cielo aperto per tutti. Ma avevano un’idea dell’ambiente nel 1930? La terra era sporca, il consumatore si sarebbe a poco a poco ‘ritirato’ a vivere in un ambiente igienico nuovo, prodotto dall’industria.
La cosa positiva, l’unica, da attribuire all’invasione della plastica e dei rifiuti, è di averci dimostrato che il pianeta non li digerisce, li rigetta, e ne deriva per logica che i criteri stessi dell’economia che l’ha prodotta sono da rigettare, perché incompleti. Nell’equazione sono confluiti solo dati artificiali (Economia + Politica + Sviluppo Sociale) dove lo sviluppo sociale s’intendeva, appunto, ristretto e destinato all’enclave urbana.
Il fallimento della teoria, però, non sta solo nella previsione del consumo esponenziale.
Le aziende e le multinazionali pretendono dai governi ( lo leggiamo sui giornali perché questo sì filtra sulla stampa) delle defiscalizzazioni illegali con il ricatto di garantire l’occupazione, ed é evidente che il loro trend, per abbattere i costi è, invece, la trasformazione dei contratti di lavoro in un precariato umiliante e l’investimento nella tecnologia per sostituire l’umano con la meccanizzazione e i robot. Entro il 2030 i robot potrebbero sostituirsi a 20 milioni di operai. Anche il miraggio della piena occupazione era, ed è, una promessa non mantenuta.
Portando, oltretutto, il clima sul baratro di una crisi di nervi.
Ridurre il consumo è un lavoro. Un lavoro che alla lunga, però, può cambiare la vita per il meglio. Forse. Se si sopravvive alla pressione di sentirsi isolato come un sovversivo di un’economia inesistente, un carbonaro, una persona migliore che va controcorrente. Ma come sono tre anni che non cambi il telefono? Stesse trainers dell’anno scorso, eh.. ma buttalo quel piumino tagliato male, é fuori moda …! E questi sono esempi tra i meno inquietanti..
Essere seri, coerenti, implica molti più sacrifici ma ognuno farà la sua parte con i propri tempi secondo la propria disponibilità. C’è da liberarsi da una ragnatela appiccicosa di pressioni e abitudini, lunga un secolo. Siamo la prima generazione a voler cambiare ma siamo senza un programma, una direzione, una blueprint. Dobbiamo inventare la soluzione al problema man mano che vogliamo eliminare anche un solo oggetto in plastica.
Con un governo complice delle aziende che si comporta un poco come si comporta il governo cinese con una minoranza musulmana, gli Uighur, di Xinjiang una regione sperduta nel nord, alla quale hanno tolto il diritto alla loro cultura e tradizione, perseguitata per presunzione di terrorismo che ancora non ha commesso e che forse non ha mai avuto intenzione di commettere. Il governo cinese, in via preventiva, ha rinchiuso un paio di milioni di cittadini in campi di ‘riabilitazione’ dove le tradizioni ancestrali vengono smantellate e sostituite con l’indottrinamento e fedeltà al partito comunista Cinese.
Il brano di una lettera filtrata all’esterno, : ‘.. ho pianto lacrime di gioia quando ho saputo che non sarei stato punito con il carcere per il crimine di avere imparato a pregare da mio padre quando avevo 15, nel 1987..’ ‘Riceverò invece una formazione da colti insegnanti e dalla brava polizia che sta con i detenuti giorno e notte, e che impartisce lezioni nella lingua nazionale (il mandarino) e la legge.’
Così siamo noi nell’era del consumo. Abbiamo vergogna di essere chi siamo, di reclamare la nostra personalità diversa dagli altri, di ribellarci, di ritrovare dentro di noi le radici e i legami ancestrali istintivi con la natura; abbiamo abiurato religione e Dio nonostante a lui spetti la proprietà intellettuale della creazione che ci sfama senza contratto, ideologia o teoria, e arricchito con le sue risorse senza discriminare il nostro ceto, senza promesse non mantenute.
Possiamo asfissiare nei beni materiali ma la felicità, sotto sotto, é sempre un passo più lontana, irraggiungibile. E non avrei scritto tutto quanto sopra se non sapessi che ognuno di noi cerca la strada per la libertà. Ci possono confondere, farci perdere di vista momentaneamente le aspettative più profonde ma alla fine siamo tutti come il tuffatore che non vede l’ora di riemergere dal buio del fondo per vedere la luce del sole e prendere una boccata d’ossigeno che é vita.
“Dobbiamo comprendere le ragioni del disagio e delle insicurezze e offrire risposte adeguate, intervenendo, con urgenza, per invertire il progressivo processo di esclusione di fasce sempre più ampie della popolazione che si attendono dai politici visione e risposte concrete, in una prospettiva decisamente orientata alla crescita e all’inclusione.” (…) ” Passando alla manovra economica, ho letto con attenzione la lettera del Ministro…, ieri pubblicata…, con la quale mi sollecita l’apertura di un confronto tra Governo e parti sociali sulle norme necessarie a rilanciare il nostro sistema economico e sociale.” (Giuseppe Conte al Corriere 18/7/19
Se rientrate in quel gruppo di cittadini che ancora crede che gli uomini al governo abbiano una pallida idea scientifica di dove vi stiano conducendo allora continuate tranquilli ad aspettare la prossima manovra economica. Quando leggo certi programmi, e giuro qualcuno mi ha messo questo articolo in borsa pensando che lo dovessi assolutamente leggere tanto era importante, io sorrido. Mi sono distanziata dalla nebulosa il giorno che ho posato la penna sul foglio del mio ultimo esame, e non sono più rientrata dentro al muro di bugie, mistificazioni volute e ignoranza una sola volta, neanche per sbaglio.
FB post di Simonetta L. (che non conosco ma che rispecchia un certo sentimento comune)… ‘Si fa x abitudine ma i tempi sono così senza sogni che è difficile vedere brillare qualcosa, sembra tutto falso.’
Autore: Vittoria Amati
















































































