
Non capita tutti i giorni di leggere di una famiglia di 5 persone (padre, madre, tre figli) che si trasferisce in un cottage di 15 mq in campagna in Inghilterra, spazio che nel passato era adibito alla conservazione delle mele in Inverno.
L’idea è costata alla famiglia la rinuncia a tutto il superfluo oltre al network di lavoro ed amici che si coltiva solitamente in città.
Una scelta drastica all’insegna del risparmio e della libertà: libertà dalle bollette, dai prezzi delle case troppo alti, dalla routine di fare chilometri per portare i bambini al parco.
Con i soldi della vendita del loro appartamento hanno ridisegnato l’interno in legno e Tim Francis, 34 anni, può adesso impiegare il suo tempo a inseguire un lavoro da libero professionista senza la paura delle scadenze mensili.
Il movimento verde internazionale dalla fine degli anni ottanta si domanda quale sarà la nuova ideologia che soppianterà il capitalismo industriale. Se lo chiede perché l’auspica per combattere l’inquinamento che è il rovescio della medaglia della nostra ricchezza, per combattere i cambiamenti climatici che sono il prodotto delle attività umane fuori registro (agricoltura intensiva, sprechi energetici, uso di combustibili fossili, consumo delle ultime foreste vergini) ma soprattutto perché sono ansiosi di capire come verrà sfamata la popolazione mondiale in aumento, dei prossimi vent’anni.
Tutti alla ricerca della famosa ideologia, la formula magica che indovina il nostro futuro migliore: quella formula impacchettata dentro un report da tirare fuori al prossimo convegno sul clima organizzato dalle Nazioni Unite.
Purtroppo non c’è e non ci sarà mai quella formula magica: un’ideologia futura che ci tiri fuori dai guai che abbiamo con il pianeta e con i nostri rispettivi governi.
Come in una favola Disney abbiamo ricevuto alla nascita doni dalle tre fate: Flora, Fauna e Merryweather. La strega cattiva, apparsa dal nulla, ha voluto anche lei, contribuire con un dono alla nostra vita. L’incantesimo che ci ha lanciato è quello di non poter mai prevedere il nostro futuro. Ce lo dobbiamo costruire.

Non ci sarà ideologia, quindi, perché siamo destinati a fare piccoli, impercettibili cambiamenti che se vincenti diventeranno un modello per gli altri. Questo è quello che del resto ci ha portato a questo punto. Queste sono le regole della nostra evoluzione che coincidono con la realtà dell’evoluzione di questo pianeta, e della vita che contiene, per i passati 3 miliardi di anni. Non c’è futuro per noi. C’è solo un presente da plasmare e decisioni da soppesare.
La famiglia in questione non si è svegliata una mattina decidendo l’epico cambiamento: lo hanno deciso gradualmente. E’ maturata durante un’estate passata in camper, e durante quella vacanza in Svizzera dove hanno abitato, oltretutto divertendosi, in una casa fatta di pietra arredata solo con i letti e una stufa-cucina a legna.
E’ stato anche rendersi conto che tre bambini avrebbero giocato meglio in giardino, all’aria aperta, invece che reclusi all’interno di un grande appartamento. O forse è stata la spinta a vivere, non solo sopravvivere dipendenti dalle leggi del mercato.
L’idea di barattare lo spazio per una mini soluzione non è nuova. Come molte delle nostre mode (oggi chiamate esigenze più che mode) l’idea parte dagli Stati Uniti quando l’architetta Sarah Susanka concettualizza lo spazio ridotto in una serie di libri che esprimono la sua filosofia del NOT SO BIG nel 1997. Sullo stesso tema viene pubblicato il libro LITTLE HOUSE ON A SMALL PLANET di Shay Solomon, americana (autrice, educatrice e costruttrice di case fatte con materiali naturali) pubblicato nel 2006 al quale segue nel 2008 la pubblicazione del libro di Gregory Johnson PUT YOUR LIFE ON A DIET, co-fondatore della SMALL HOUSE SOCIETY.
Il mio interesse per il fenomeno coincide, casualmente, con la messa in onda Lunedi 4 gennaio sul canale CIELO del programma: TINY HOUSE – Piccole case per vivere in grande -, segno che esiste interesse anche in Italia di trovare soluzioni che ci aiutino a mantenere intatto il nostro spazio personale mentre ogni lusso viene posto sotto assedio dal governo con tasse inqualificabili in termini di dignità umana.
Questo è il risvolto positivo che ho anticipato nel post precedente. Invece di darci sconfitti, aggiustiamo la nostra vita alle nuove sfide.

Certo il problema di fondo è l’ingiustizia di dover rinunciare quando altre classi sociali non rinunciano a niente. Fa riflettere il fatto che la Presidente della Camera si picchi degli insulti che riceve sui social, pubblicando i nomi di chi l’offende. Chi offende, offende una carica pubblica che sente scollata dal paese, non la signora-boldrini-in-sé. Chi l’offende probabilmente vive una vita di sacrifici e di ingiustizie. Guarda ad esempio ‘la Maria’ scovata al suo paese dai giornalisti e intervistata mentre rientra dai campi coltivati a girasole. Lei è il tipo che s’interroga se cambiare coltivazione, se ad esempio con la canapa la sua famiglia potrebbero guadagnare di più; la prossima settimana ammazzeranno il maiale, come da tradizione, come da sussistenza. Ha 61 anni ha richiesto la pensione d’invalidità perché ha avuto tre interventi alla schiena e gliel’hanno negata.
C’è una grande sofferenza tra la gente. E’ difficile fare finta di niente. Ogni volta che leggo di un suicidio per problemi economici lo avverto come una sconfitta personale. Tutti dovremmo fare di più per smontare le paure che tengono legate le persone al concetto di abbondanza che arriva solo dal denaro.
Non si può morire perché sei debitore con la Banca o con Equitalia e tu sai che potresti pagare ma per ironia e vergogna è lo Stato a non pagarti la commessa. Forse, se ne avrò il coraggio, andrò a vedere il film di Fabrizio Cattani – CRONACA DI UNA PASSIONE – dove ricorda ( e ha fatto proprio bene) la storia dei circa 800 piccoli imprenditori italiani che dal 2012 ad oggi si sono tolti la vita per la crisi economica.
Ci vuole coraggio a vedere sullo schermo, fermi, concentrati, inchiodati su una poltrona la sofferenza personale di tanta gente, tanta quanto una strage.
Ogni tanto ci sfugge la striscia di sangue innocente che il sistema lascia sull’asfalto, in questa bella corsa alla ripresa, al taglio dei costi, alle privatizzazioni, al pieno impiego, a tutte quelle soluzioni postulate dalla macro economia.
Il fai da te della gente ha risolto adottando il micro, il mini. Per la serie lasciatemi-in-pace-non-voglio-morire-giovane, hanno messo in atto dei cambiamenti. Hanno dato via tutto il superfluo tassabile e si sono lasciati il minimo di comfort sulla testa.
Quello che è interessante è avere negoziato il cemento per la terra, per lo spazio aperto, per una mini casa che magari ti tiri dietro la macchina e te la porti in montagna, o in Slovenia, o in Grecia, o in Svezia, ovunque ti gira di andare.
Questa economia ha tolto molto e fortunatamente non ha sconfitto tutti. Non ha sconfitto quelli flessibili, quelli che usano l’immaginazione, hanno fede nel futuro, vedono una possibilità. La crisi gli ha fatto riscoprire la libertà di essere, semplicemente essere.
Nel grande schema delle cose, questo, altro non rappresenta che un nuovo, intelligente adattamento della nostra specie.
Autore: Vittoria Amati
















































































