Il mare del lock-down, un’occasione per studiare la tregua

Globicefalo

Il mare del 2020, come il cielo, è stato un mare diverso. Le creature marine si sono avvicinate ai porti deserti dalle acque immobili. L’obiettivo di espandere le aree marine protette non è stato raggiunto e milioni di mascherine, e altre protezioni personali, sono accidentalmente finite in mare, con il rischio di venire scambiate per cibo dai suoi abitanti. Ma la diminuzione del traffico navale ha creato una parentesi di tranquillità, una specie di finestra sul passato che gli scienziati non hanno mancato di osservare.

Paesaggi sonori

Il Dr. Adel Taher, direttore della camera iperbarica di Sharm el Sheikh, è stato uno dei primi subacquei ad immergersi in quelle acque. Quando tempo fa gli chiesi cosa fosse cambiato di più, dal suo primo sguardo su un mare allora vergine, non ci pensò un attimo a rispondermi “i rumori”.

Il reef, come ogni altro fondale marino, non è esattamente un mondo del silenzio. È un mondo pieno di crepitii, di click, di colpi sordi. Sono i suoni prodotti dalle mascelle dei pesci pappagallo mentre sgranocchiano coralli malati, dalle tartarughe che strappano alghe o alcionarie, sono i colpi dei labridi che tentano di aprire dei gusci. In quel settore del Mar Rosso con lo sviluppo si aggiunsero i rumori delle barche, poi delle attrezzature dei subacquei, dei cantieri a riva. Il suono, per chi si immerge, sembra provenire da tutto intorno. Questo avviene perché si propaga nell’acqua ad una velocità cinque volte superiore rispetto all’aria, circa 1500 metri al secondo. Purtroppo, il nostro cervello non è attrezzato per valutare un ritardo così breve del segnale tra un orecchio e l’altro, per cui un umano in immersione non riesce a distinguerne il punto di sorgente. Nell’elemento più denso le onde sonore viaggiano a grandi distanze preservando la loro intensità. Si odono benissimo, anche da molto lontano, il frastuono delle scavatrici e delle trivellazioni, il rombo sordo delle grosse navi, il brontolio delle barche e il ronzio dei fuoribordo. I microfoni hanno registrato il ruggito delle fumarole, i geyser sottomarini, e delle faglie che si muovono nelle profondità oceaniche, ma anche il rumore delle onde che frangono e della risacca e, non ultimi, i richiami dei delfini, delle orche e delle balene. I poderosi click dei capodogli.

Una momentanea finestra di quiete

Il mare del COVID, se qualcosa ha recuperato dalla nostra assenza, è un po’ di quiete. Ne hanno beneficiato soprattutto i mammiferi marini, lo sostengono i ricercatori che hanno esaminato le emissioni acustiche raccolte da Ocean Network Canada. Alcuni sensori, piazzati a 3000 metri di profondità e a circa 60 Km dal porto di Vancouver, hanno registrato una diminuzione significativa dei decibel soprattutto tra i rumori al di sotto dei 100 Hz, una frequenza associata al traffico navale. I rumori di questa gamma viaggiano sulle distanze più lunghe. Le basse frequenze, per fare un paragone, nella luce corrispondono alla radiazione blu, il colore che si estingue per ultimo nell’aria come nelle profondità marine. Con i vari lock-down la riduzione di questa frequenza si è dimostrata speculare alla diminuzione del traffico navale.

Una salto indietro nel tempo

I ricercatori della Dalhousie University di Halifax, sempre in Canada, hanno paragonato questo momento di quiete ad un esperimento che altrimenti sarebbe stato impossibile programmare. I fondali marini hanno restituito i loro suoni e canti, che sono stati raccolti ed analizzati da chi si occupa di identificare le varie popolazioni di cetacei attraverso il loro linguaggio e di seguirne gli spostamenti.

Megattere

Michelle Fournet, della Cornell University, Stato di New York, ha parlato di una ‘finestra di osservazione, una istantanea sui suoni del mondo marino senza umani’. Una situazione analoga s’era precedentemente verificata dopo l’11 settembre. Nei giorni a seguire l’attentato del 2001 il traffico globale, aereo e marittimo, subì una battuta d’arresto, ma offrì la possibilità ai ricercatori di osservare e ascoltare le balene in un ambiente tranquillo. Lo studio che ne seguì, pubblicato dalla Royal Society, fu essenziale per comprendere la relazione tra inquinamento acustico e grandi cetacei, concludendo che il rumore delle navi è decisamente correlato allo stress in questi mammiferi marini. Non si trattò di una novità ma di una conferma scientifica: le balene più grandi, come le megattere e le balene grigie, per navigare e comunicare usano suoni sulla bassa frequenza. La situazione si ripete da aprile 2020 in poi, quando il traffico di navi da crociera da Vancouver verso l’Alaska, di solito molto intenso, cala drasticamente. In un’area critica: quel braccio di mare è un’importante zona di alimentazione e di riproduzione per i cetacei i quali, in presenza di rumore, cambiano le loro abitudini.

Megattera
Rumore che accieca

L’acqua è un elemento che per la scarsità di luce o per la sospensione non favorisce la vista. I mammiferi marini usano quindi l’udito per le loro comunicazioni, ma soprattutto come strumento di eco-localizzazione, una capacità che fino ad alcuni decenni or sono era stata attribuita solo ai pipistrelli. Secondo uno studio di Michelle Fournet il rumore influisce anche sul ciclo riproduttivo dei pinnipedi, foche e leoni marini, interferendo coi loro messaggi d’amore.

Dal 1950 ad oggi l’inquinamento acustico da suoni a bassa frequenza in mare è aumentato di 10 volte. A questo range appartengono anche i rumori prodotti dalle esplorazioni con onde sismiche, vere e proprie esplosioni che vengono indotte per sondare giacimenti di gas e petrolio sui fondali marini, con esiti spesso devastanti. A bordo delle navi che si occupano di ricerca petrografica sono stati imposti degli osservatori dei cetacei, sorta di ispettori che hanno il compito di far sospendere le attività in presenza di mammiferi marini, ma i mammiferi marini sono solo le vittime più illustri e sicuramente più visibili di questa attività: foche, balene e delfini devono salire in superficie per prendere aria, mentre le specie che rimangono immerse soffrono nell’anonimato. Sono almeno seimila le specie marine dotate di udito e anche se si sa poco dell’effetto del rumore sui pesci, sappiamo che per lo zooplancton le esplorazioni petrografiche con onde sismiche sono addirittura mortali. Nel 2017 i ricercatori della Curtin University e dell’Istituto per gli Studi Marini Antartici, in Australia, hanno scoperto che i cannoni per la ricerca petrografica distruggono le larve del krill.

Krill / © Ocean Treasures Library
Il rumore del traffico

È un rumore che non dà mai tregua. Secondo una ricerca pubblicata nel 2019 da un pool internazionale di scienziati, conosciamo gli effetti più gravi sui mammiferi marini dell’inquinamento acustico. Ma poco si sa delle conseguenze a lungo termine dell’esposizione. Le ipotesi non promettono nulla di buono.

L’inquinamento acustico ha una influenza estremamente negativa sugli umani – nella UE è la seconda causa di morte per inquinamento, dopo quello atmosferico – ed è più che lecito supporre che questa influenza sia ancora più spiccata sugli animali. L’idea che per un momento il mare abbia ascoltato sostanzialmente sé stesso, dovrebbe farci riflettere. Quello scampolo di passato dovrebbe suggerirci un punto di ripartenza più indietro rispetto al momento in cui il mondo ha schiacciato il tasto ‘Pause’.

 
 
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