Caccia agli evasi: una taglia sui salmoni scappati

Ci risiamo, di nuovo una fuga di salmoni. Ma stavolta si tratta di una fuga in massa, una fuga di dimensioni tali che rischia di far estinguere le popolazioni di salmone selvatico norvegese, popolazioni in calo vertiginoso da almeno due anni. E anche per questo calo gli ambientalisti nominano il principale accusato: l’industria dell’allevamento dei salmoni.

Fish farming a Troms | Norvegia | Foto di Ximonic (Simo Räsänen) | Wikimedia
Tempesta tra i fiordi

È la notte tra l’8 e il 9 febbraio. Una notte per convenzione visto che ad inizio febbraio nel circolo polare artico non c’è una marcata differenza tra il giorno e la notte. Siamo nella contea di Troms, nel Sami del Nord, in Lapponia. Tromsø, il capoluogo, con 50.000 abitanti è la sesta città in Norvegia ed il centro abitato di quelle dimensioni più a nord del pianeta. Nelle acque antistanti Dyrøy, municipalità della contea di Troms, c’è Storvika V, un impianto della Mowi, multinazionale dell’industria ittica. Si tratta di nove recinti contenenti salmoni d’allevamento. Nove recinti a pelo d’acqua in un braccio di mare che è stato scelto proprio perché relativamente protetto dalle tempeste. I profili costieri tutt’intorno sono variegati, frastagliati come lo sono tutte le coste che hanno subito la mano pesante dei ghiacci. Quella notte, dicevamo, proprio in quelle acque si scatena una tempesta. Ed uno dei recinti dell’allevamento inizia ad affondare. Viene richiesto l’intervento della Guardia Costiera, che invia sul posto la Svalbard, una nave rompighiaccio, per fornire assistenza. Ma le condizioni meteo sono proibitive e malgrado gli sforzi dell’equipaggio della Svalbard, dal recinto fuggono 27.000 salmoni. Il loro valore, come i rischi che comporta la loro dispersione nell’ambiente, sono alti. Ma una legge norvegese limita a 500 metri di distanza dall’impianto il raggio d’azione degli allevatori per la loro ricattura. Subito il Fiskeridirektoratet, l’agenzia governativa norvegese per la pesca, si affretta ad autorizzare la Mowi ad intraprendere qualsiasi azione e a qualsiasi distanza per ricatturare i fuggitivi.

“Normalmente, in caso di fuga, gli allevatori sono autorizzati a condurre le operazioni di ricattura solo entro una zona di 500 metri intorno all’impianto. Tuttavia, data la potenziale portata di questo incidente, Mowi ha ricevuto istruzioni di estendere le operazioni di ricattura oltre questa zona”.

  • Vegard Oen Hatten, portavoce del Fiskeridirektoratet
La potenziale portata dell’incidente

È il 10 febbraio e Mowi, sollecitata dall’agenzia governativa norvegese, intraprende un passo assolutamente inedito: con un dispaccio esorta chiunque sia in possesso di una licenza di pesca a ricatturare i salmoni in fuga dietro un compenso di 500 Corone Norvegesi (circa 44 Euro) ad esemplare. Nel dispaccio si legge:

“Il pesce catturato dai pescatori registrati può essere consegnato ai centri di raccolta del pesce nei comuni di Senja, Dyrøy, Sørreisa, Salangen, Lavangen, Gratangen, Ibestad, Harstad e Andenes. Il pesce viene registrato sulla fattura finale come salmone d’allevamento, intero o eviscerato con testa, con un prezzo di 500 NOK. Deve essere indicato anche il numero di pesci. Il pagamento della taglia viene saldato da Mowi al termine della pesca. Il centro di raccolta tratterrà il pesce. I pesci per i quali viene pagata una taglia sono salmoni d’allevamento di peso compreso tra 4,5 kg e 6,5 kg.”

La taglia offerta corrisponde, più o meno, al valore commerciale di un salmone d’allevamento di quel peso. Uno dei portavoce dell’azienda fa notare che una buona squadra da pesca potrebbe facilmente alzare 7 milioni di Corone Norvegesi, circa 600.000 euro. Per un colosso come Mowi, con una fetta di mercato del 20% del salmone d’allevamento mondiale, la perdita di 27.000 esemplari, o di un milione di Euro, pesa come la mancata restituzione di un prestito da parte di un medio imprenditore per una grande banca. Ma qui non si tratta soltanto di recuperare la perdita: le agenzie governative non si affrettano a cambiare le regole solo per aiutare un’azienda a recuperare. C’è dell’altro.

Una bomba biologica ad orologeria

Ci risiamo. A luglio 2023, quella volta in Islanda, fuggirono almeno 3.500 salmoni da un allevamento. Vale la pena ricordare perché queste fughe sono pericolose. Lo facciamo, stavolta, con le parole di Pål Mugaas, portavoce di Norske Lakseelver (Norwegian Salmon Rivers), in una dichiarazione rilasciata al The Guardian:

“27.000 salmoni d’allevamento in fuga sono un disastro per il salmone selvatico. La scienza ha dimostrato che l’incrocio tra stock selvatici e salmone d’allevamento produce una prole che, a lungo termine, ha un basso tasso di sopravvivenza in natura”.

In sostanza, quando i salmoni d’allevamento contaminano con i loro geni i salmoni selvatici si sviluppa una prole che matura troppo velocemente e che porta al fallimento del processo di deposizione delle uova. E non solo: I salmoni di Storvika V sono portatori di parassiti, come i pidocchi che potrebbero infettare lo stock selvatico. Uno stock, quello norvegese, che ha appena subito un colpo durissimo.

Il declino annunciato del salmone selvatico norvegese

La Norvegia esporta circa 1,2 milioni di tonnellate di salmone d’allevamento all’anno e nel 2023 hanno incassato la cifra record di 122.5 miliardi di Corone Norvegesi, più di 10 miliardi di Euro solo con le esportazioni. Ma la scorsa estate il numero di salmoni selvatici è sceso ai minimi storici, con un calo che sembra più una caduta libera che un declino. Due anni prima, nel 2022, nei fiumi norvegesi, erano stati catturati 89.000 salmoni selvatici, dei quali 19.000 rilasciati per permettere la riproduzione dello stock. Durante l’anno successivo, il 2023, ne erano stati catturati 60.000, il 30% in meno. La scorsa estate, 2024, la pesca sportiva al salmone è stata vietata in ben 33 fiumi. Nonostante ciò, la stagione per il salmone selvatico si è rivelata disastrosa, tanto che le autorità per proteggere le popolazioni selvatiche hanno proposto di chiudere in tutto 42 fiumi e tre fiordi per l’estate prossima. Ambientalisti e pescatori sportivi accusano gli allevamenti come principali responsabili e in questo cupo scenario la fuga in massa del 9 febbraio può rappresentare un colpo mortale.

“27.000 salmoni sono circa la stessa quantità dei salmoni selvatici prelevati nei fiumi norvegesi nel 2024. Allora ne furono catturati 45.000 (dei quali 15.000 rilasciati ndr) e prelevati 30.000, e fu la peggiore stagione di sempre”.

  • Pål Mugaas, Norwegian Salmon Rivers

Il gruppo, in una nota, mette in guardia le autorità: c’è il rischio reale, scrive Mugaas, che i salmoni selvatici vengano sradicati sia geneticamente che con i pidocchi di mare dalle acque norvegesi. E poi conclude:

“Per quanto tempo ancora tollereremo che l’industria dell’allevamento possa continuare a produrre salmone utilizzando una tecnologia che comporta grandi emissioni di pidocchi di mare e un alto rischio di fuga?”

Mowi, dopo le scuse ufficiali, ha svuotato dei salmoni rimanenti la gabbia danneggiata e si è adoperata con i partner e le autorità locali per contenere l’impatto.

“È molto deplorevole, è qualcosa che non dovrebbe accadere.”

  • Ola Helge Hjetland, direttore della comunicazione di Mowi

Peccato che un comunicato simile sia stato già rilasciato, dalla stessa persona, esattamente due mesi prima l’incidente di Troms, ovvero il 10 dicembre 2024, quando da una base a terra della Mowi fuggirono ben 65.000 giovanissimi salmoni, allevati in vasche e in attesa di essere trasferiti negli impianti in mare. Mowi non è nuova ad incidenti, eppure, almeno da ciò che riporta il suo sito, si fregia dell’etichetta ‘Bio’ per i suoi prodotti e sembra orientata verso un percorso improntato sulla sostenibilità a partire dalla tracciabilità dei mangimi alla riduzione degli antibiotici, fino al riciclo di tutte le plastiche, reti comprese, e decantando una particolare aderenza alle leggi locali e internazionali sulla sicurezza, umana, animale e ambientale. Saranno sinceri o è solo green-washing?

Allevamenti in Norvegia | Foto di Steinar Johansen | Wikimedia

Una risposta a questa domanda, o per lo meno una luce su questo aspetto, potrebbe venire dai commenti delle forze politiche norvegesi che hanno l’ambiente tra i loro temi di battaglia. Qualcuna parla di multe e sanzioni troppo blande per le violazioni o per gli incidenti nell’itticoltura, mentre altre denunciano trent’anni di prove ignorate sull’insostenibilità tout-court degli allevamenti di salmoni. Nessuno accusa direttamente l’azienda e questo, almeno ad uno sguardo esterno, insinua il sospetto che siano per prima cosa le leggi vigenti ad essere giudicate, in quanto non all’altezza. Ma c’è ancora un’altra possibilità, la più plausibile è cioè che abbia ragione chi afferma che gli allevamenti di salmoni siano incompatibili con la sostenibilità ambientale nel loro essere. A prescindere dalla serietà, o dalla negligenza, delle aziende.

 

Autore: Claudio Di Manao

 

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