La misteriosa moria di balene grigie? – Il cambiamento climatico

Fra le strategie naturali di cui il mare dispone per mitigare il cambiamento climatico ci sono le balene.

Questi enormi mammiferi marini nell’arco della loro esistenza possono catturare fino a trenta tonnellate di carbonio, seppellendolo nelle profondità oceaniche alla fine del ciclo vitale. Con le loro feci, ricche di ferro, offrono un substrato prezioso al fitoplancton responsabile della cattura della CO₂, fino al 40% di quella presente nell’atmosfera.

Non saranno certo le balene da sole a frenare il cambiamento climatico, il loro è solo un modesto contributo nel grande concerto. Purtroppo una strana moria colpisce una popolazione molto particolare di balene da quasi quarant’anni. Scienziati e ricercatori si sono interrogati per decenni sulle cause e la risposta accusa il cambiamento climatico.

Balena grigia | © NOAA Fisheries West Coast | flickr
La prima ondata

La balene grigie, Eschrichtius robustus, frequentano principalmente le acque costiere e poco profonde dell’Oceano Pacifico settentrionale.

Tra i misticeti, balene dotate di fanoni, sono la specie che si spinge più spesso in baie ed insenature e che conserva le caratteristiche fisiche più antiche dei cetacei. Alcuni cetologi sostengono che le loro abitudini costiere siano dovute ad un processo evolutivo più lento.

Completamente estinte nell’Atlantico già dal XVII secolo, la popolazione del Pacifico settentrionale si riduce al lumicino verso la metà del secolo scorso. Nel 1986, grazie alla moratoria internazionale che sanziona la pesca commerciale ai cetacei, le balene grigie si salvano dal rischio di estinzione e la loro popolazione si riprende brillantemente. Ma un anno dopo, nel 1987, le coste della California iniziano a popolarsi di esemplari morti. Alla fine dell’episodio, nel 1989, si presume che gli individui colpita dalla strana moria siano 700. Si presume perché in quegli anni la capacità degli scienziati di tenere traccia degli spiaggiamenti è ancora limitata. Il primo database sugli spiaggiamenti dei mammiferi marini verrà inaugurato dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) nel 1990 anche sulla spinta di quell’episodio. Gli scienziati non sanno darsi una spiegazione.

Cercando le cause di una moria misteriosa che si ripete ciclicamente

Sono passati dieci anni e la NOAA stima che la popolazione di balene grigie del Pacifico nordorientale sia ritornata ai 23.000 esemplari. Un vero successo se si considera che il numero stimato di esemplari nel periodo precedente alla caccia industriale è di 25.000.

Tutto sembra andare di nuovo bene per le balene grigie, finché tra il 1999 e il 2000 un altro episodio. Sulle spiagge della California vengono segnalate 651 balene morte. Quell’episodio, da solo, conta per il 32% di tutti i cetacei spiaggiati nel mondo in un anno. La Eschrichtius robustus non è più una specie a rischio ma alle domande senza risposta dei ricercatori si sommano le preoccupazioni delle autorità sanitarie. Una balena grigia può raggiungere da adulta una lunghezza di 15 metri ed il peso di 40 tonnellate. In una massa tale, ricca di grasso, la temperatura interna resta alta per settimane dopo la morte e i patogeni anaerobi possono approfittarne per moltiplicarsi e innescare una bomba biologica in grado di attaccare altri mammiferi, tra cui il Sapiens.

Se smaltire una quantità del genere di carcasse è di per sé una sfida, quella degli scienziati è cercare le cause di eventi capaci di decimare la popolazione delle balene grigie.

Passano altri dieci anni. Nel 2019, il terzo episodio. A maggio di quell’anno, solo nella baia di San Francisco, si contano ben dieci balene morte. A settembre le carcasse censite in tutta la California sono 681. La nuova ondata stavolta non lascia del tutto sorpresi i biologi marini. Già dall’inizio dell’anno, durante la migrazione, erano state avvistate balene grigie in pessime condizioni di salute. Forse denutrite. Cresce il sospetto che un cambiamento ambientale influisca pesantemente sulla loro alimentazione.

Joshua Stewart, che in quegli anni è ricercatore presso il Southwest Fisheries Science Center di La Jolla, in California, decide interrogare i dati a lungo termine sulle balene grigie e sull’ambiente per poi confrontarli. Il Centro di La Jolla raccoglie dati sui cetacei dagli anni ‘60, tra i quali anche fotografie aeree. Tuttavia, trovare un nesso non è un compito facile. Quello delle balene grigie è un viaggio migratorio lunghissimo che attraversa aree climatiche completamente diverse.

Dall’Artico al mare di Cortez

Le balene grigie percorrono 12.000 miglia ogni anno. La loro rotta va dalla regione polare del Mare di Barents a quella tropicale del Mare di Cortez, in Messico, costeggiando l’Alaska, la Columbia Britannica, L’Oregon, la California e infine aggirando la lunga penisola della Baja California per entrare in un golfo. I ricercatori s’imbattono in una considerazione fuorviante.

Negli anni con meno ghiaccio marino estivo nelle zone dell’Artico le balene sembravano aver beneficiato di una migliore possibilità di acceso e quindi di alimentazione. Inizialmente la pervietà dell’Artico aveva avvantaggiato la crescita della popolazione, ma sul lungo termine proprio la rapida diminuzione della copertura di ghiaccio poteva aver innescato una serie di conseguenze di magnitudo insospettata.

Confrontando i dati, Joshua Stewart e i suoi collaboratori dell’Università dell’Oregon, presso la quale è diventato professore associato, intuiscono che anche la prima moria, quella degli anni ’80, aveva seguito un modello del tutto simile a quelli successivi. I numeri del primo episodio sembravano incoerenti, ma questo poteva essere facilmente spiegato con la mancanza (allora) di un database accurato sugli spiaggiamenti. Confrontando i set di dati a lungo termine sulla popolazione di balene grigie con dati ambientali più ampi dell’Artico, I ricercatori scoprono che tutti gli eventi di mortalità, soprattutto quelli del 1999 e nel 2019 sono strettamente legati tra loro. Tutto indica la diminuzione del ghiaccio marino dell’Artico come causa principale.

Meno ghiaccio, meno cibo

La moria di balene grigie iniziata nel 2019 sembra non fermarsi. Nel 2023 si contano più di 2.000 spiaggiamenti e la popolazione scende a 14.500 esemplari. Joshua Stewart e il suo gruppo giungono ad una conclusione: la diminuzione dei ghiacci marini comporta una diminuzione della biomassa di crostacei di cui le balene grigie si nutrono. Sul lato sommerso del ghiaccio marino si formano delle alghe che con lo scioglimento estivo precipitano sul fondo a foraggiare gli anfipodi bentonici, il cibo ricco di calorie preferito dalle balene grigie. Agli anfipodi bentonici appartiene un variegato gruppo di crostacei, tra cui il krill, che ha un ruolo fondamentale nella catena trofica.

La drastica diminuzione del ghiaccio marino porta ad una altrettanto drastica diminuzione di alghe, e di conseguenza della popolazione di anfipodi. È assai probabile che le balene grigie, così sostengono i ricercatori, migrando verso l’Artico siano costrette a nutrirsi di prede meno energetiche. Per poi spiaggiarsi stremate sulle coste della California. Un destino, quello delle balene grigie, che sembra legato alla tendenza dei ghiacci artici. Una tendenza che va letta nel quadro di inesorabile cambiamento climatico. Ma per Joshua Stewart è prematuro parlare di rischio di estinzione.

Balene Grigie | © NOAA Fisheries West Coast | flickr
Quale futuro per la balena grigia?

Le balene grigie hanno vissuto centinaia di migliaia di anni di cambiamenti ambientali dimostrando una buona capacità di adattarsi a molteplici condizioni, e per questo, secondo Stewart, è improbabile che si estinguano solo per il cambiamento climatico. Sarà difficile, semmai, immaginare come un Artico impoverito di risorse possa sostenere una popolazione che era tornata ai 25.000 esemplari iniziali. Le precedenti morie di balene erano state limitate nel tempo, mentre quella iniziata nel 2019, la più drammatica, è durata quattro anni. La somma di tutti gli eventi ha comportato una riduzione della popolazione del 25%.

“Si tratta di oscillazioni estreme della popolazione che non ci aspettavamo di vedere in una specie grande e longeva come le balene grigie”

Joshua Stewart – Oregon State University

Quella delle balene grigie del Pacifico nordorientale è una delle poche popolazioni di grandi balene che aveva ricominciato a prosperare fino a tornare ai numeri dell’epoca precedente alla caccia industriale. Purtroppo è l’Artico, a causa dello scioglimento dei ghiacci, a non poterne più sostenerne così tante. Una popolazione che ce l’aveva fatta, dopo le protezioni, si restringe e si affatica di nuovo. Per la nostra incapacità nel proteggere il bene più prezioso: il clima.

 

Lo studio – Science

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