Fino alla fine del mondo – il lato oscuro del pesce d’allevamento

La notizia è di questi giorni: secondo la FAO l’acquacoltura ha superato la pesca come fonte alimentare umana a livello globale. Ma il documentario di Francesco De Augustinis ci suggerisce che non dovremmo esultare. Pesca intensiva ed allevamenti, per un meccanismo perverso, si sovrappongono e si sostengono a vicenda.

© francescomda | One Earth
Sfamare il pianeta

Giugno 2024: la FAO, Food and Agriculture Organization, organo delle Nazioni Unite, pubblica il suo rapporto: The State of World Fisheries and Aquaculture 2024. La sfida, come nel cambiamento climatico, è arrivare alla completa messa a punto delle misure suggerite entro il 2030. Nell’acquacoltura le premesse e le visioni d’insieme sono molto positive:

“Nel 2022, la produzione della pesca e dell’acquacoltura ha raggiunto il massimo storico di 223,2 milioni di tonnellate, per un valore record di 472 miliardi di dollari e con un apporto pro capite di circa 20,7 kg di alimenti di origine animale acquatica. Si tratta di circa il 15% dell’offerta di proteine animali, con punte di oltre il 50% in diversi Paesi dell’Asia e dell’Africa. Mentre la produzione della pesca di cattura è rimasta sostanzialmente invariata per decenni, l’acquacoltura è aumentata del 6,6% dal 2020, contribuendo a oltre il 57% dei prodotti animali acquatici utilizzati per il consumo umano diretto. Il settore della pesca e dell’acquacoltura impiega circa 62 milioni di persone solo nella produzione primaria.”

La FAO aveva insistito e investito molto sull’acquacoltura e sulla Blue Transformation con una precisa roadmap. E con spot di sensibilizzazione molto convincenti. Ma non è tutto oro quel che brilla. Qualcosa sta andando storto.

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Acquacoltura: un fenomeno pieno di buone intenzioni

Il documentario, montato con rara maestria e premiato al 21° Ocean Film Festival, si apre e si chiude a Punta Arenas in Cile, l’ultima città verso l’Antartide, in un luogo che molti definiscono la fine del mondo: la Patagonia.

E sta lì senso di tutta la narrazione, in quel viaggio attraverso i lati oscuri dell’acquacoltura, in un percorso che chiude il suo cerchio in una delle aree più remote, e fragili, della Terra. Il fenomeno dell’acquacoltura è recente ma è in continua crescita. Nel comparto alimentare è l’industria più redditizia, un’industria che cresce più rapidamente di tutte le altre.

Dalla Liguria alle isole greche, dal Senegal allo Stretto di Magellano, l’autore cerca di ricomporre una filiera spesso ignorata e gli impatti sociali e ambientali di quello che sembra un ottimo tentativo di soddisfare le esigenze alimentari di un pianeta sempre più affollato. Sulla base di questa esigenza si è però scelto di allevare specie pregiate e più remunerative, come le orate, i branzini (o spigole), i salmoni e le trote: carnivori che a loro volta si nutrono di altro pesce e che difficilmente finiranno sulle mense di chi ha i soldi contati. Un modello di business di successo, quello dell’allevamento delle specie più pregiate, ma dai contraccolpi dolorosi.

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Ricostruendo la filiera multinazionale

Le immagini del drone mostrano enormi recinti circolari a pelo d’acqua. Contengono centinaia di migliaia di pesci, tonnellate e tonnellate di orate e branzini e di salmoni allevati in mare. Non c’è quasi nulla di artigianale in queste opere, si tratta di impianti altamente tecnologici gestiti da imprese che custodiscono gelosamente il loro know-how scientifico.

Sono società con sedi e capitali sparsi tra Stati Uniti, Spagna, Emirati, Cina, Norvegia, Italia e Giappone. Come tutte le società multinazionali, preferiscono investire dove ci sono meno regole. I racconti dei biologi marini, degli ambientalisti, e degli ex dipendenti di queste società in Grecia forniscono una testimonianza allarmante sugli effetti della carenza legislativa.

A Poros, un’isola di 5000 abitanti, dove l’80% della popolazione vive di turismo, gli allevamenti minacciano la risorsa principale dell’isola: le acque limpide e pulite. Neocolonialismo, lo chiamano, senza mezzi termini. Parlano di incidenti, di operatori subacquei mandati da soli ad ispezionare le reti e che restano impigliati, di fondali di posidonia, il polmone più prezioso del Mediterraneo, completamente distrutti. La metafora utilizzata dalla voce narrante nel descrivere cosa succede sotto un recinto è di una certa forza:

“Immaginate un allevamento intensivo di pollame, dove feci, nutrienti e altro materiale organico, vengono rilasciati direttamente in mare…”

L’impatto ambientale è tanto più grave quando, per mancanza di regole, sono state concesse licenze per la posa degli impianti vicino alla riva e in insenature e baie protette. Protette dalla onde, ma anche dalle correnti e quindi con un ricambio d’acqua minimo. Il risultato è la distruzione della vita marina sottostante e la diminuzione, fino all’azzeramento, del pesce selvatico della zona. La troupe continua a seguire la filiera e scopre che una parte sostanziosa del business è nei mangimi, prodotti da società collegate. E che il pesce per le farine e gli oli non proviene dall’Europa.

La polvere sotto il tappeto del mare

Che gli allevamenti di pesci carnivori non risolvano il problema ma lo spostino su altre zone e su altre specie meno pregiate, era noto già agli inizi degli allevamenti. Fino alla Fine del Mondo ci mostra quanto lontano può colpire l’acquacoltura pienamente sviluppata.

Nei pressi di Dakar, in Senegal, su una spiaggia desolata i pescatori sembrano in rivolta. Lamentano la mancanza di catture e minacciano di arrivare fino in Spagna con le loro misere imbarcazioni. È lì, al culmine della corrente del Benguela, la corrente più pescosa del pianeta, che le multinazionali dei mangimi si riforniscono. Il risultato? Catture sempre più misere e prezzi al consumo insostenibili.

Città costiere che si spopolano per mancanza di cibo e di lavoro. Ora che gli allevamenti hanno raggiunto quasi il massimo del loro sviluppo, ci si rende contro dei danni collaterali. E si cerca di correre ai ripari. Si parla di mangimi a base di insetti, ma c’è chi parla già di mettere le mani su un superfood altamente proteico ed abbondante in natura: il krill. Un controverso studio conclude che se ne può catturare circa l’1% all’anno senza incidere sullo stock, ma molti scienziati e ambientalisti ritengono che l’impatto del cambiamento climatico rimanga una variabile incognita troppo pericolosa per fare qualsiasi valutazione sul più delicato degli ecosistemi terrestri.

La camera si sposta verso lo stretto di Magellano, sui recinti di salmoni, una specie aliena per la zona. Un ennesimo buco legislativo consente di allevarli in mare. Quei salmoni nei fiordi della Patagonia sembrano scrutare la rotta dell’ultimo assalto alla natura: l’Oceano Meridionale, ricco di krill. Uno sguardo dalla fine del mondo.

Il documentario di One Earth | © francescomda | One Earth
Un film motivante

Tra scorci spettacolari di luoghi selvaggi o incantevoli e testimonianze profondamente umane, il film sbircia sotto il tappeto del tentativo più di successo tra quelli che si prefiggono di sfamare l’umanità. Un tentativo pieno di buoni propositi ma che la mancanza di regole rischia di trasformare in un disastro umanitario e ambientale. Per quanto sia quasi certo un intervento da parte delle varie organizzazioni mondiali o internazionali per mitigare i rischi, resta un fatto: della nostra fame eccessiva di proteine animali, insieme a quella di carburanti fossili, è lastricata la strada verso il baratro. È ora di spingere sui freni.

 

Sito del documentario e programmazione:

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