Naselli e mariscos in Galizia: una ripresa e un collasso

Grazie ad efficaci misure di protezione, oggi in Galizia la pesca del nasello è una delle attività più in crescita e più sostenibili. Tanto da poter diventare un modello da adottare per il recupero di altri stock in declino. Sempre in Galizia un fenomeno incontrollabile sta decimando una risorsa storica e dai forti connotati sociali: quella dei molluschi bivalvi. La scarsezza dei prodotti lascia a piedi per prima un genere che, ancora nel nostro secolo, fatica ad affrancarsi da sfruttamento e disparità di retribuzione: le donne.

Naselli
Quando l’innovazione fa danni

Verso l’inizio degli anni ‘80 fu introdotta su larga scala una nuova tecnologia sonar, più affidabile, precisa e fruibile di quella precedente. Ne conosciamo tutti un derivato molto popolare: il Fishfinder. La nuova generazione di strumenti permise di localizzare banchi di pesce, stimare le dimensioni dei banchi, degli individui e contarli. In circa un decennio di uso massiccio di questa tecnologia la popolazione dei merluzzi, solo nelle acque canadesi, calò del 99%, portandola alla soglia dell’estinzione. Ancora oggi in molte aree dell’Atlantico Occidentale il merluzzo non si è ripreso. Al nasello atlantico, un suo parente considerato meno pregiato dal punto di vista commerciale, con un calo stimato di oltre l’80% stava per toccare la stessa sorte. Considerato una risorsa fondamentale la sua perdita avrebbe colpito il cuore pulsante dell’industria ittica spagnola: la Galizia. È in questa regione, all’estremità nord-occidentale della penisola iberica, che è registrato il 49% dell’intera flotta da pesca spagnola, un settore che qui dà occupazione a 35.000 dipendenti (il 41% di tutto il paese). Ma il depauperamento dello stock non minacciava soltanto l’economia. Il nasello, come il merluzzo, è un predatore quasi apicale con ruolo insostituibile nella cascata trofica, ovvero una specie in grado di modellare l’ambiente in cui vive e si nutre. L’assottigliamento delle popolazioni dei naselli avrebbe riconfigurato in modo imprevedibile, probabilmente catastrofico, l’habitat dell’Atlantico Orientale.

Lezioni dal passato

Il tragico declino del merluzzo, se non altro, aveva lasciato qualche insegnamento. La EFCA, Agenzia europea di controllo della pesca, un organo dell’Unione che ha giurisdizione su tutte le Zone Economiche Esclusive degli stati membri, decide di intervenire. Nel 2001, affidandosi esclusivamente a valutazioni scientifiche, vara un piano di recupero a lungo termine e inizia ad imporre dei cambiamenti. Per prima cosa riduce drasticamente quote e periodi di prelievo introducendo fermi biologici. Poi identifica le zone di ripopolamento e le chiude totalmente alla pesca per quella specie. Allo stesso tempo impone l’impiego di reti a maglie più larghe per consentire agli individui giovanili di sopravvivere e riprodursi. La comunità dei pescatori galiziani accetta le restrizioni e partecipa.

“Se la pesca del nasello dovesse chiudere, saremmo tutti senza lavoro. Dipendiamo tutti dal nasello”

José Luis Fernández Louzao, comandante in seconda galiziano – EuroNews

Gli sforzi premiano. La popolazione dei naselli si riprende ad una velocità senza precedenti. La sua ripresa consente di adeguare le quote di cattura, aumentandole gradualmente, ma sempre nel quadro di un prelievo sostenibile. Il nasello diventa una specie di riferimento per sostenibilità, qualità e tracciabilità. I pescatori delle Baleari, che avevano mostrato scetticismo, si convincono. Ora vogliono adottare lo stesso metodo per il nasello del mediterraneo. Un metodo così di successo che potrebbe essere impiegato, con i dovuti aggiustamenti, per favorire la ripresa di altre specie in declino.

“Raggiungere questo livello di recupero e avere attualmente un’abbondanza di nasello nell’Atlantico non è un caso. È il risultato di un’attenta gestione, di misure di controllo e di condizioni favorevoli dell’oceano. Ma il merito va anche al settore della pesca che ha sopportato queste misure”

Javier López – Oceana, ad EuroNews

Frutti di mare | Foto di Sue Conrad | Unsplash
Mariscos

La Galizia non è solo patria di naselli e navi da pesca, è soprattutto patria di mariscos, i frutti di mare. Lungo le sue spiagge, a volte immense, vengono raccolte – e consumate – enormi quantità di molluschi bivalvi, come le vongole ed i cuori di mare. Il loro habitat elettivo, come per le vongole del ravennate, è quello degli estuari limacciosi, ricchi di fitoplancton. In Italia, da almeno un paio d’anni i consumatori di vongole più che dei prezzi alti e della scarsità del prodotto si lamentano delle sue dimensioni: sembra che le vongole si siano ristrette. C’è un motivo. Questi indispensabili filtratori che si nutrono, oltre al fitoplancton, anche di batteri sono essenziali nella cattura dell’azoto e del carbonio in mare ma hanno un problema con l’acqua troppo dolce. Se la salinità scende oltre una certa percentuale (il 15 per mille) si chiudono per proteggersi e non filtrano più. In sostanza, non si nutrono. E quindi non si accrescono. Sta succedendo un po’ ovunque nel mondo, ma se la salinità dell’acqua resta sotto quella soglia per un periodo prolungato, muoiono. In Galizia il peso di questa mortalità non investe soltanto l’economia.

Cronache da un collasso annunciato

L’abbiamo visto con il Po e con altri innumerevoli fiumi: da periodi allarmanti di secca passano a piene devastanti con una disinvoltura prima inimmaginabile. Lo sapevamo. O per lo meno qualcuno l’aveva detto quarant’anni fa, che sarebbe andata così. La Galizia, come tutte le regioni costiere europee esposte ai venti dell’Atlantico, è da considerarsi piovosa. Lo sarà sempre di più. La combinazione tra un’insolita ondata di calore e piogge torrenziali scatena un evento di mortalità di massa. Da ottobre a novembre in quell’angolo estremo della Spagna precipita dal cielo un metro di acqua, 1000mm per ogni metro quadrato. È più del doppio della piovosità stagionale. L’evento uccide circa il 95% delle vongole della Galizia (Cerastoderma edule) e il 75% dell’Almeja japónica, una specie che era stata introdotta per le sue doti di resistenza proprio in previsione dei cambiamenti climatici. Gli stock non si sono ancora ripresi. Un disastro economico, certamente, ma che va a colpire una fascia particolare della popolazione. Dopo ben 50.000 anni d’evoluzione, le donne restano ancora relegate al ruolo di raccoglitrici. Dalle spugne lasciate in terra negli alberghi, alle spugne e le alghe nelle lagune di Zanzibar fino alle conchiglie in Galizia, in molte parti del mondo raccogliere è ancora soprattutto un mestiere da donne. Un interessante approfondimento di Mongabay, vi invito a leggerlo, esplora con competenza anche la diseguaglianza di genere. Donne che prima avevano indipendenza e autonomia grazie a un lavoro duro, da stivali di gomma e cerata indossati tutto il giorno, tornano a fare i vecchi lavori imposti dallo stereotipo: le pulizie nelle case e negli alberghi.  

Si raccoglie ciò che si semina

Se esiste un aspetto degli eventi naturali in grado di creare più instabilità e disuguaglianze di quanto facciano le scelte politiche umane, questo è senza dubbio il cambiamento climatico. Se ne discute con dati già molto solidi dal 1980 e tutte quelle che molti credevano profezie ma invece erano scienza si sono avverate. In Galizia possiamo scrutare due facce della stessa medaglia. La resurrezione del nasello ci dice che esiste un’uscita e che la strada da percorrere, quella indicata dalla scienza, è lenta ma alla fine paga. Allo stesso tempo il collasso dei bivalvi ci ricorda che contrastare il cambiamento climatico è sicuramente la sfida più grande, e lunga, dell’umanità. Non solo dal punto di vista della sopravvivenza della specie Sapiens: è anche una questione di etica, di modelli sociali egualitari.

 

Autore: Claudio Di Manao

 

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