Una improvvisa infiorescenza algale sta decimando la vita marina lungo le coste dell’Australia Meridionale. Anche se non letale per l’uomo, l’evento sembra uscito dalle pagine de Il quinto giorno, il romanzo ambientalista catastrofico di Frank Schätzing.

Identikit del killer naturale
L’uccidere, in natura, è un atto che non contempla implicazioni morali. Dietro ogni kill c’è spesso il mantenimento, o il ripristino, di un equilibrio nell’ecosistema. I predatori, mentre uccidono per nutrirsi, tengono sotto controllo le specie predate, le allontanano dalle aree critiche come i fanno i lupi con i cervi ai margini dei boschi e gli squali tigre con le tartarughe verdi nell’impedire loro di insistere a brucare a lungo sullo stesso punto. Pecore e cervi, laddove sono stati rimossi i loro predatori naturali, hanno trasformato in paesaggi lunari immense zone una volta ricoperte da foreste. Virus e batteri si propagano a dismisura compiendo stragi quando la densità demografica dei loro organismi target raggiunge livelli critici. Uccidere, in natura, riflette il dinamismo di un ecosistema. La fioritura dell’alga tossica in Australia, invece, è di difficile lettura. Perché il mare uccide sé stesso?

Le prime avvisaglie
Nel Sud dell’Australia è la fine di febbraio. L’estate sta per concludersi con una nuova ondata di calore quando sui litorali di Frenchman’s Bluff e Farm Beach, nella zona di Coffin Bay, spuntano le prime vittime. Si tratta di granchi, abaloni, pesci palla. C’è anche uno squalo di Port Jackson, un piccolo squalo bentonico. La strana moria prosegue nei giorni successivi lungo più spiagge dell’Australia Meridionale, ma nessuno sembra farci troppo caso finché il 15 marzo non accade qualcosa di inquietante. È un sabato mattina molto presto ed un nutrito gruppo di surfisti s’è raccolto a Waitpinga Beach, nei pressi di Victor Harbor, non lontano da Adelaide, per un’uscita all’alba. I surfisti entrano in acqua, si sdraiano sulle tavole ed iniziano a pagaiare con le mani verso le onde del largo. Tra loro c’è Anthony Rowland, da Victor Harbor. A fine giornata, mentre con la tavola sottobraccio percorre la salita che lo riporta al parcheggio, avverte mal di gola e inizia a tossire. Anche i due amici che sono con lui tossiscono e lamentano un’irritazione agli occhi. Arrivato al parcheggio si accorge che sta succedendo qualcosa molto strano: tutti stanno tossendo. Tutti hanno sintomi. Scriverà due giorni dopo sul suo profilo facebook:
“Ciao a tutti. Ho pensato di scrivere qui per informare tutti coloro che non fanno parte della comunità dei surfisti su ciò che sta succedendo. Sabato 15/3/25 oltre 100 surfisti sono stati contagiati mentre facevano surf o si trovavano nel parcheggio di Waitpinga. Abbiamo tutti avuto mal di gola, tosse secca e irritazione agli occhi. Alcuni hanno anche riferito di avere la vista offuscata. I sintomi sono durati circa 24 ore. Anche se oggi non mi sento ancora al 100%. Nelle ore/giorni successivi c’erano prove evidenti che c’era qualcosa di strano nell’acqua. C’era molta schiuma gialla e linee di marea verde scuro sulla spiaggia e poi domenica, mentre raccoglievo campioni d’acqua, ho notato molte specie diverse di pesci morti sulla spiaggia…”

Tra le vittime spiaggiate Rowland riconosce parecchi esemplari di drago marino, un tipo di ippocampo che insieme allo squalo di Port Jackson è uno dei simboli più iconici della vita marina australiana. Ma la moria non si ferma alle specie bentoniche. Sulle spiagge oltre alle razze e ai crostacei, iniziano a riversarsi carcasse di carangidi, cormorani, delfini tursiope. E pinguini. Il 6 aprile su iNature, portale di citizen-science nasce la pagina Southern Australia Marine Mortality events 2025, cui contribuiscono comuni cittadini con foto e osservazioni di carcasse di pesci e di macroinvertebrati. Il 27 luglio le carcasse osservate e postate sono 16.624 e comprendono 429 specie diverse. Sono solo le vittime documentate che il mare ha depositato sulla spiaggia solo tra i pesci e i macroinvertebrati. È la punta dell’iceberg.
Cercando il colpevole
Sui social e sui tabloid australiani si ipotizza di tutto e di più. Si parla di virus, di inquinanti, di sali sparsi nell’atmosfera per stimolare le piogge. Si accusa lo straniero, una nave cinese. Ma il 24 marzo, a poco più di una settimana da quando un centinaio di surfisti s’ammalarono, Greta Gaiani e Shauna Murray, due ricercatrici della UTS (University of Technology Sidney) scoprono il colpevole. Le autorità governative dell’Australia Meridionale hanno fornito loro campioni d’acqua raccolti a Waitpinga Beach e altre zone critiche. Gli esami al microscopio e del DNA non lasciano dubbi: si tratta della Karenia mikimotoi, un’alga monocellulare scoperta in Giappone nel 1935, ma presente in molte acque del pianeta. Ha un diametro di 20 micron, un terzo dello spessore di un capello, ed è un microrganismo ben noto agli scienziati.
È stato il responsabile di morie di specie bentoniche e della distruzione di allevamenti di molluschi nelle acque dell’Irlanda, del Regno Unito dell’Australia, del Sudafrica e della Cina. Uccide per soffocamento. E proprio nelle acque cinesi, precisamente nello Stretto di Formosa, nel 2012 la Karenia mikimotoi cancellò interi allevamenti di abaloni provocando un danno stimato in più di 500 milioni di dollari. Davanti a cifre del genere gli investimenti per la ricerca non vengono mai lesinati e cinque anni dopo, nel 2017 un gruppo di ricercatori giapponesi legati al National Research Institute of Fisheries and Environment of Inland Sea, pubblicano uno studio. Fino ad allora molti scienziati ritenevano che la tossina di questo microrganismo fosse troppo debole per uccidere le specie acquatiche per soffocamento. Ritenevano che per quanto contenesse cloroplasti, organuli capaci di fotosintesi e quindi in grado di generare ossigeno, una sua infiorescenza avrebbe rallentato la diffusione dell’ossigeno nella colonna d’acqua. I ricercatori giapponesi uniscono in vitro cellule branchiali di organismi marini ed esemplari di Karenia mikimotoi vivi. Si sa che la tossina di questo fitoplancton dopo la morte diventa inefficace. Dopo tre ore e mezza l’80% delle cellule branchiali esposte erano morte.
Sperando nella clemenza dei cieli
Si sa anche, della Karenia mikimotoi, che non può mai riprodursi in acque al di sotto dei 13°C. L’estate è finita da un pezzo e il 21 giugno inizia l’inverno australe. Si spera nei venti freddi e nelle correnti dalla Tasmania e dall’Antartide, ma la temperatura dell’acqua nella zona, ancora a luglio non scende sotto 15°C. Abaloni, granchi, capesante, polpi, rane pescatrici, razze, squali bentonici, sogliole, seppie, vongole, ricci, gobidi e tutte le specie che dopo morte si gonfiano, vengono a galla e continuano a spiaggiarsi. Gli scienziati, con i loro algoritmi, valutano cosa c’è sotto la punta dell’iceberg: milioni di creature marine cancellate. Nudibranchi, piccoli crostacei, pesci e squali più grandi precipitano sul fondo o vengono divorati dai pochi sopravvissuti. Muoiono al buio, lontani dai social, da Instagram e dai data base. I subacquei registrano uno scenario parziale, ma apocalittico.
Al momento della stesura di questo articolo, mentre l’Australia Meridionale affronta l’equivalente di una nostra fine gennaio, continua la conta dei morti. È la moria marina peggiore nella storia dell’Australia.
Una strage annunciata?
Gli scienziati pensano sia il caso ma i media outlet hanno bisogno di un colpevole, di un assassino. Non siamo cambiati da quando si mandava al patibolo un colpevole per placare rabbia, la perdita economica ed il senso di impotenza davanti agli eventi. Tuttavia, la ragione ci dice che davanti a un disastro, aereo come ambientale, c’è raramente un solo colpevole o una sola cosa che è andata storta ma quasi sempre una catena di eventi. Gli inquinanti delle fattorie potrebbero aver alimentato l’alga e il riscaldamento degli oceani sta sicuramente favorendo la persistenza della Karenia mikimotoi, mentre l’inerzia del governo australiano verso le questioni ambientali e la decarbonizzazione potrebbe aver sottovalutato strumenti di contrasto critici. Sulle cause e su come prevenire queste infiorescenze algali, ne sapremo certamente di più. Resta però la domanda posta a inizio articolo: perché il mare dovrebbe uccidere sé stesso?
Questa domanda non ha senso
Il mare e il pianeta non moriranno, cambieranno. Al punto di diventare irriconoscibili. Sul futuro degli oceani l’ipotesi più logica e accreditata è la prevalenza dell’alga sulle altre specie. Abbiamo visto l’alga impossessarsi di barriere coralline esauste e nuove specie vegetali attecchire dove prima non erano di casa. Forse stiamo andando verso il mondo descritto da J.G. Ballard in The Drowned World, titolo tradotto in italiano in più modi. Un libro del 1962, pensate un po’, che descriveva un mondo surriscaldato, allagato da acque verdognole. Forse siamo solo all’inizio. Ogni rivoluzione, anche umana, inizia così: facendo fuori senza pietà chiunque voglia mantenere, o rappresenti, lo stato delle cose.
Video di Stefan Andrews | Per gentile concessione della Great Southern Reef Foundation
Autore: Claudio Di Manao
Per approfondire:





















































































































