Quando il mare diventa di latte – tra leggenda e immagini satellitari

Nella letteratura marinaresca c’è una leggendaria anomalia che ricorre spesso: il mare che diventa lattiginoso, luminoso come una prateria innevata al chiaro di luna. Per circa duecento anni la scienza si è interrogata sulle cause, come sulla veridicità stessa del fenomeno. La testimonianza di un illustre scienziato, Charles Darwin, non aiutò a risolvere i dilemmi. Tra foto satellitari e campioni di acqua marina si cerca di fare chiarezza. Ricorrendo a quattrocento anni di diari di bordo.

Il fenomeno del Milky Seas | Agosto 2019 | © 2021 Steven D. Miller / NOAA
Il mistero dei milky seas, i mari di latte

La vita in mare dei navigatori del passato era fatta di fatica e privazioni. Era fatta di paura verso quel mondo ancora ignoto e quindi di superstizioni e di racconti fantastici, narrati in una bettola per farsi pagare il giro di bevute ma anche per nascondere le responsabilità davanti alle commissioni marittime e alle capitanerie di porto.

Tra le privazioni c’erano mesi di carenza di vitamine e cibi spesso contaminati da sostanze e organismi tossici. Eppoi, va detto, tra coloro che andavano per mare in quell’epoca ce n’erano pochi con la testa a posto. Per la maggior parte erano fuggitivi, prigionieri, oppure poveri cristi prelevati nelle bettole con la forza. Non ci sorprende che da Hodgson a Melville, da Poe a Verne, fino a Conrad, la filigrana di molti racconti di mare sia l’orrore.

“E mentre la sua nave procede in un mare di mezzanotte e di lattiginoso candore, gli sembra che dalle alture circostanti siano scese per nuotargli intorno frotte di orsi bianchi strigliati… e il sudario delle acque sbiancate gli fa orrore come un vero fantasma”.

 – Herman Melville, Moby Dick (1851)

Edgar Alla Poe in Gordon Pym, il più psichedelico dei suoi romanzi, ci regala lo stesso tipo di allucinazione:

“Un’oscurità cupa aleggiava ora sopra di noi, ma dalle profondità lattiginose dell’oceano si levò un bagliore luminoso che risalì lungo le murate dell’imbarcazione.”

– Edgar Allan Poe – Gordon Pym (1838)

Se nella visione di Edgar Allan Poe, che non è mai stato un marinaio, può esserci il seme di una storia tramandata, nel resoconto di Melville, che invece trascorse quindici anni della sua vita navigando in tutti i mari del mondo, possiamo immaginare un’esperienza diretta. Al massimo di seconda mano. Ma è nella narrazione di Jules Verne che troviamo qualcosa di diverso e di più.

“A perdita d’occhio, l’oceano sembrava lattificato. Era un effetto dei raggi lunari? No, perché la luna nuova aveva appena due giorni e si perdeva ancora sotto l’orizzonte nei raggi del sole. L’intero cielo, sebbene illuminato dalle radiazioni stellari, sembrava nero come la pece in confronto al biancore di queste acque… Per diverse ore lo sperone del Nautilus fendeva queste onde biancastre e io lo guardavo scivolare senza rumore su quell’acqua saponata…”

– Jules Verne, 20.000 Leghe sotto i mari (1867)

In Verne l’orrore cede il passo alla meraviglia, si arricchisce di dettagli. Verne è stato un navigatore diportista ma con lunghe traversate nel suo bagaglio marinaresco. Alcuni critici della sua opera suggeriscono che abbia ripreso un passo dal capitolo VIII de Il viaggio del Beagle, di Charles Darwin. In realtà il resoconto di Darwin potrebbe descrivere un altro fenomeno. Un fenomeno diverso dal mare lattificato.

Sfumature di bioluminescenze marine

“Mentre navigavamo a sud della Plata, in una notte molto buia, il mare presentò uno spettacolo meraviglioso e bellissimo […] fin dove arrivava l’occhio, la cresta di ogni onda era luminosa, e il cielo sopra l’orizzonte, a causa del bagliore riflesso di queste fiamme livide, non era così completamente oscuro come sulla volta celeste.”

– Charles Darwin – Il viaggio del Beagle

Bioluminescenza | © slworking2 | Flickr

La luminescenza narrata da Darwin non è il fenomeno descritto come mare di latte o, ancora più spesso, come una pianura innevata alla luce della luna piena benché la luna fosse sotto l’orizzonte. Quei resoconti parlano dell’impossibilità di distinguere le onde nella luminescenza. Darwin invece parla di fiamme livide, di creste luminose. Chiunque abbia frequentato il mare sopra o sotto la superficie sarà incappato nel fenomeno di minuscole bolle di luce simili a lucciole che si attivano tra le onde che frangono o lungo i bagnasciuga. Si tratta di plancton bioluminescente. Sott’acqua, soprattutto nei mari tropicali, durante l’immersione notturna è una pratica comune tra i subacquei di spegnere le torce ed agitare le mani per attivare la luminescenza naturale del plancton. In alcune baie il plancton riesce a dipingere un vero e proprio firmamento. Dai pesci ai batteri è grande la varietà di organismi marini che si affidano alla bioluminescenza per trovare cibo, attirare compagni ed eludere i predatori. Una strategia che l’evoluzione ha premiato in molte occasioni: lo testimonia l’ampia distribuzione di organismi che emettono luce nell’albero filogenetico.

Ma le funzionalità di alcuni esempi di bioluminescenza rimangono ancora oscure per gli scienziati. Come lo sono le cause che spingono certi microrganismi ad illuminare la superficie del mare in modo omogeneo e a perdita d’occhio. Tornando a Darwin, il suo viaggio ha luogo mentre in Francia si stanno sviluppando le prime tecniche fotografiche. Ma dal primo dagherrotipo alla prima immagine del mare di latte dobbiamo aspettare quasi duecento anni.

Il mare di latte non è bianco

È il 2019, sì il 2019, ed una Go-pro cattura il fenomeno da bordo di uno yacht di lusso nel Mare di Giava. Le immagini non sono un granché, confermano però i resoconti di tanti marinai e di Jules Verne. Per tutto il XVIII secolo, fino alla prima metà del successivo, le spedizioni scientifiche si sono avvalse di artisti al seguito per documentare nuove specie, profili costieri, riferimenti per la navigazione e fenomeni naturali. Ritrarre una luminescenza marina sarebbe stata una sfida, e lo sarebbe tutt’oggi, per qualunque artista dotato soltanto di pastelli e acquarelli. Ad ogni modo le prime immagini, quelle del 2019, arrivano con un ritardo quasi sconcertante. Il mistero del mare di latte non era più un mistero da più di 35 anni. Era  già stato osservato e studiato da una missione scientifica nel 1985, quando una nave da ricerca della US Navy s’imbatté nel fenomeno nel Mare Arabico.

Bioluminescenza | © slworking2 | Flickr
Gli scienziati a bordo non scattarono foto, prelevarono invece campioni di acqua marina. Nei campioni era presente in modo massiccio il Vibrio harveyi, un batterio luminescente ed ubiquitario che gli scienziati conoscevano bene. Il microrganismo in questione può comportarsi da patogeno, da parassita o da commensale per un gran numero di specie che vanno dai coralli ai pesci, dalle tartarughe ai crostacei. Il suo ruolo nell’ecosistema marino non è ancora del tutto chiaro agli scienziati.

Riesce però a farsi notare dai satelliti, che hanno registrato la sua bioluminescenza in aree fino a 100.000 kmq. Più o meno la superficie dell’Islanda. Ma torniamo ai campioni prelevati che rivelano un altro dettaglio. La luce non è affatto bianca ma di un verde azzurro, come il fosforo sui quadranti e le lancette degli orologi, un tipo di luce che l’occhio umano percepisce come bianca nell’oscurità. Lo dobbiamo ai bastoncelli, le cellule della retina preposte alla visione in scarse condizioni di luce e poco sensibili ai colori. In sostanza, quello che vedevano gli antichi marinai non era un mare di latte, né una distesa di neve. Era un mare di una luminescenza verde azzurra. Ciò che innescava questo comportamento del batterio su una scala così vasta è rimasto a lungo un mistero.

Io sono il tuo cibo

Gli scienziati conoscono da tempo il meccanismo con il quale i batteri si coordinano. Si tratta di quorum sensing, un meccanismo utilizzato dagli organismi monocellulari della stessa specie per mettersi d’accordo sulle azioni chimiche e metaboliche da intraprendere collettivamente. Il segnale è chimico e la risposta dipende dalla diluizione della sostanza segnale nell’ambiente circostante. Una grande concentrazione di organismi monocellulari può dar vita a un vero e proprio concerto. Un concerto di luce visibile dallo spazio. Perché quei batteri lo fanno?

Secondo gli scienziati del MBARI, Monterey Bay Acquarium, bisogna partire dalle alghe. Quando i nutrienti di profondità risalgono verso la superficie per il fenomeno dell’up-welling, la risalita delle acque profonde, si verifica una fioritura di alghe e i batteri le assalgono e si moltiplicano. Questo però non basta a giustificare il loro comportamento. La strategia potrebbe essere solo un passo intermedio verso l’obiettivo finale. Il Vibrio harveyi si trova particolarmente a suo agio negli apparati digerenti di molte specie marine ma la luce prodotta da un singolo (microscopico) individuo non sarebbe sufficiente ad attirare un predatore che vaga nell’oceano. Ci vuole il quorum, il concerto di luce. Secondo gli scienziati del MBARI quando il Vibrio harveyi si illumina sta implorando di essere mangiato.  

Bioluminescenza | © slworking2 | Flickr
Tornando a interrogare gli antichi marinai

Se alla domanda perché si può dare una risposta, non resta che interrogare il quando e il dove. Gli scienziati adesso hanno bisogno di capire come questo fenomeno si manifesta nella colonna d’acqua, se in superficie o in profondità e se i batteri effettivamente anelano ad essere cibo oppure la loro luminescenza è una sorta di canto del cigno prima di affondare verso gli abissi.

L’ultima finestra per osservare il fenomeno e campionare la colonna d’acqua s’è aperta al largo della Somalia. I satelliti avevano segnalato un evento massiccio. Un evento che sarebbe durato una settimana ma quello era il mare più infestato dai pirati al mondo. E così gli scienziati si sono messi a scartabellare 400 anni di diari di bordo. 400 anni di documenti, non di storie raccontate per farsi pagare da bere o per far colpo sull’ostessa nella bettola del caso, ma registri compilati (più o meno) diligentemente ad ogni fine di turno al timone.

Impressioni fresche e corredate di altri dati, come forza e direzione del vento, forza del mare, temperatura e punto nave. Gli scienziati sperano che paragonando questa analisi con altri dati registrati si possano ricavare indizi utili per prevedere il fenomeno. Si tratta dei diari di uomini che osarono sfidare il mare. Un mare che insieme alla libertà elargiva meraviglia. E orrore insieme.

“L’intero aspetto dell’oceano era come una pianura coperta di neve. Non c’era quasi una nuvola in cielo, eppure il cielo… appariva nero come se stesse infuriando una tempesta. La scena era di una grandezza spaventosa: il mare si era trasformato in fosforo, i cieli erano decorati di nero e le stelle si stavano spegnendo, a indicare che tutta la natura si stava preparando per quell’ultima grande conflagrazione che, come ci viene insegnato, è destinata ad annientare questo mondo materiale”.

– Dal diario di bordo del clipper Shooting Star- 1854, al largo di Giava

Autore: Claudio Di Manao

 

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