Lo sfruttamento delle risorse degli abissi oceanici è la più controversa delle attività minerarie ma era solo una questione di tempo. Dire no, per alcuni paesi insulari sperduti nel pacifico, è una questione di grande coraggio.

La fame di risorse
Scienziati e ambientalisti, come con il riscaldamento globale, ci avevano avvertiti: le prossime guerre saranno per il controllo delle risorse. Esauritasi la fase acuta della fame da petrolio, grazie anche ad un automotive sempre più elettrico, inizia la fame di minerali che sostengono l’innovazione. Un’innovazione che è motori elettrici e batterie per farli andare, ma anche tablet, computer e telefonini. La prepotente insistenza di Trump sulla Groenlandia non è, come lui sostiene, legata ad una necessità di sicurezza strategico-militare. Come non lo sono le sue insistenze sul Canale di Panama e sul deal per le risorse in Ucraina. Sul rapido esaurimento delle risorse del sottosuolo e sulla loro domanda esponenziale da parte dei paesi emergenti c’è una letteratura così vasta che i titoli non starebbero nelle pagine di questo articolo. Se fino a qualche anno fa le guerre si scatenavano per il controllo di oleodotti e gasdotti, o per impedire la loro costruzione, oggi si scatenano per il controllo dei minerali che permetteranno il cambio di passo all’umanità. Il conflitto che si trascina sanguinoso da decenni nel Congo orientale, e più esattamente nel Kivu, per il controllo delle miniere di Coltan è solo una prima avvisaglia partita da un paese che David Van Reybrouck nel suo saggio Congo ha descritto come ‘il laboratorio del mondo futuro’. In questo scenario, i fondali degli oceani non saranno lasciati in pace. La prossima frontiera sarà il deep-sea mining, ovvero lo sfruttamento minerario degli abissi. Ma c’è chi ha il coraggio di dire no.

“On my dead body” (sul mio cadavere)
È la fine di marzo 2025 e questa è la risposta di Moetai Brotherson, presidente della Polinesia Francese, al The Guardian quando gli viene chiesto se il suo paese cederà mai i diritti per deep-sea mining. Questa frase, pronunciata dalla carica più autorevole dello Stato, nonché del partito indipendentista polinesiano, potrebbe sembrare un atto di ferma resistenza contro qualche mira francese ma in questo caso non lo è. Macron è fermamente contrario allo sfruttamento minerario degli abissi e ha sostenuto la moratoria totale in tutte le sedi internazionali. Ciò che preoccupa Moetai Brotherson è l’incertezza nel futuro politico della Francia, un giorno Macron lascerà l’Eliseo e non si sa chi prenderà il suo posto. Nonostante la camicia a fiori che ostenta spesso, Moetai Brotherson non risponde alle iconografie con le quali amiamo dipingere i Capi di Stato delle isole tanto sperdute quanto (iconograficamente) felici. All’età di 13 anni è già un computer jeek che ottiene un regalo della NASA: un Apple II consegnatogli dai tecnici dopo aver acceso per loro i computer sull’isola di Huahine. Laureatosi in scienze informatiche, lavora in Francia, Germania, Giappone e Stati Uniti. L’11 settembre Brotherson è a New York ed ha un appuntamento alla Siemens. L’azienda ha sede in una delle due torri gemelle. Sfugge per un soffio alla tragedia. Torna a Papeete e si mette a disposizione del Tāvini Huiraʻatira, il partito indipendentista. Quello che lui ed altri polinesiani non perdonano alla Francia sono i quasi 200 test nucleari condotti nell’arcipelago dagli anni ’60 ai ’90. Nel suo partito Brotherson incarna l’anima pacifista e ambientalista. Nel 2007 scrive un romanzo, Le roi absent (Il re assente) osannato dalla critica per il suo intreccio tra giallo psicologico, mitologia e cultura ancestrale. Nel 2010 partecipa alla spedizione Tahiti Nui Freedom, una traversata da Tahiti a Shangai a bordo di una canoa tradizionale a bilanciere. Nel 2023 diventa presidente della Polinesia Francese.
Le mani sugli abissi
Tonga, Nauru e Kiribati stanno esplorando attivamente la possibilità di estrarre minerali all’interno delle loro ZEE, Zone Economiche Esclusive., mentre le Isole Cook hanno già siglato accordi per l’esplorazione delle loro riserve sottomarine e per una collaborazione articolata in più settori con la Cina. Suscitando l’ira di Wellington, Nuova Zelanda. Le isole Cook, paradiso off-shore (è il caso di dirlo), con meno di 18.000 abitanti sono uno Stato in libera associazione con la Nuova Zelanda, dalla quale dipendono per un certo numero di servizi. Nello sfruttamento delle risorse minerarie abissali nel Pacifico la Cina non è l’unico attore interessato, ci sono anche compagnie minerarie britanniche, russe, belghe, sudcoreane e americane. Resta però la Cina l’attore principale. E il più temuto. Non solo per la sua posizione geografica ed il suo indubbio peso economico: le compagnie cinesi sono tutte partecipate dallo Stato. Fare affari con una di loro è fare affari direttamente con la Cina, senza passare attraverso più mediazioni come spesso avviene con altre multinazionali. Il loro potere contrattuale è spiazzante: offrono infrastrutture che vanno dalle scuole ai porti, libero scambio su beni primari a basso prezzo e garanzie sulla sicurezza nazionale. Una formula che ha avuto successo in Africa, dove hanno costruito strade, scuole, dighe e ospedali in cambio di materie prime, una formula che ora la Cina sta applicando ai piccoli stati insulari del Pacifico. Piccoli, ma con ZEE (come Cook e Kiribati) di milioni di chilometri quadrati. Delle risorse di cui la Cina ha bisogno solo una parte è per ora destinata al mercato interno, il resto lo troviamo sugli scaffali dei nostri store d’abbigliamento, di elettrodomestici e di telefonia. Ma il problema Cina sembra essere soprattutto quello che avevano individuato già da tempo scienziati e ricercatori. “Cosa succederà quando un miliardo e trecento milioni di cinesi (2005) raggiungeranno il nostro livello di benessere e consumeranno quello che consumiamo noi?” si domandava già venti anni fa Jared Diamond in Collasso.

Un vasto arcipelago da sogno
Nella iconografia più diffusa la Polinesia Francese è l’atollo di Bora Bora, è Tahiti, i quadri di Gauguin e, per i subacquei di tutto il mondo, l’atollo di Rangiroa. Il Pil pro capite della Polinesia Francese, cui il turismo contribuisce per il 13%, è uno tra i più alti nelle isole del Pacifico. È uno stato in attivo, anche grazie al contributo della Francia che si occupa di sostenere gli stipendi dei dipendenti pubblici impiegati nella polizia, nella sanità, nell’insegnamento e nella difesa. Se quel contributo venisse meno la Polinesia Francese affronterebbe un deficit annuale pari al 20% del Pil. Anche per questo il presidente va con i piedi di piombo. “Ci vorranno almeno dieci anni per un referendum serio per l’indipendenza, forse non la vedrò nell’arco della mia vita – ha dichiarato Brotherson, classe 1969 – ma non si tratta della mia vita, si tratta della vita e del futuro dei nostri cittadini”. Sulla scelta delle Isole Cook di esplorare le risorse minerarie degli abissi ha detto di rispettare la scelta di una nazione che lui considera sovrana (come Stato le Isole Cook non sono riconosciute dalle Nazioni Unite bensì da soli 42 paesi tra i quali gli Stati Uniti) ma dal punto di vista della Polinesia Francese potrebbe creare un danno. “Il mare non ha confini – ha detto – quello che succede nella ZEE di Cook può avere ripercussioni ovunque”.
Giocare agli dèi nella culla della vita
I fondali abissali sono pieni di noduli polimetallici. Sono il frutto di un lavoro di milioni di anni da parte dell’ambiente marino. Contengono manganese, nichel, rame, cobalto, ferro, silicio, alluminio e percentuali ancora più piccole di calcio, sodio, magnesio, potassio, titanio e bario. E poi idrogeno e ossigeno. Esattamente come il carbonio, sono per lo più il frutto delle precipitazioni nella colonna d’acqua. Ed è il carbonio la preoccupazione principale nel deep-sea mining. In fondo agli oceani precipitano le carcasse di tutti gli esseri viventi che fanno parte del mare. Quando non vengono predati. Ma anche i predatori prima o poi finiscono in quello smisurato tappeto di carbonio. Raccogliere quantità industriali di noduli polimetallici significa smuovere chilometri quadrati di fondale e quindi reimmettere carbonio nella colonna d’acqua. Lo stesso accade con la pesca a strascico in profondità, bannata dalla UE.
Alcune compagnie minerarie, come la Impossible Metals, propongono soluzioni che non disturbano i fondali: dei robot che raccolgo i noduli polimetallici, e non sorbone o macchinari che li dragano o li aspirano. Ma c’è dell’altro. Recentemente gli scienziati hanno scoperto che i noduli polimetallici rilasciano ossigeno. Cook, Tonga e altre nazioni insulari del Pacifico hanno inoltrato formale richiesta presso la ISA, International Seabed Authority, un organismo delle Nazioni Unite che regola lo sfruttamento dei fondali marini sperando in un vuoto legislativo che regola le ZEE. Secondo il gruppo ambientalista Te Ipukarea Society con base alle Isole Cook, le esplorazioni verranno fermate dall’implementazione dei regolamenti internazionali, ma nel frattempo le compagnie beneficeranno di una impennata delle azioni. Un bluff, insomma. A meno che le Isole Cook non vogliano infischiarsene dei regolamenti internazionali. A questo proposito vale la pena notare che gli Stati Uniti sono il Grande Assente tra i paesi facenti parte dell’ISA. Brotherson, di sangue polinesiano e danese, e cittadino del mondo per cultura, ha le idee molto chiare su questo.“Non si può – ha detto al The Guardian – giocare agli dèi nella culla della vita.”
Autore: Claudio Di Manao
- https://www.imperialecowatch.com/2021/05/18/deep-sea-mining-dal-mare-liberum-allazione-di-greenpeace/
- https://www.theguardian.com/world/2025/apr/01/french-polynesia-deep-sea-mining-pacific-warning-president-moetai-brotherson
- https://www.reuters.com/world/asia-pacific/what-is-cook-islands-deal-with-china-what-has-worried-nz-2025-02-19/
- https://www.ciic.gov.ck/diving-deeper-how-seabed-minerals-could-shape-the-cook-islands-future/
- https://claudiodimanao-libri.blogspot.com/2014/01/collasso-jared-diamond-la-sfida.html
- https://islandsbusiness.com/news-break/pacific-nation-of-kiribati-explores-deep-sea-mining-deal-with-china/
- https://claudiodimanao-libri.blogspot.com/2016/02/congo-david-van-reybrouck.html
- https://tongaindependent.com/environment/understanding-risks-and-liabilities-of-deep-sea-mining-tongas-crucial-decision/
- https://www.reuters.com/world/asia-pacific/cook-islands-pm-pledges-release-details-china-deal-2025-02-17/
- https://impossiblemetals.com/blog/current-status-of-deep-sea-mining-regulations/
- https://www.nature.com/articles/s41561-024-01480-8
- https://www.scientificamerican.com/article/dark-oxygen-discovered-coming-from-mineral-deposits-on-deep-seafloor/
- https://tiscookislands.org/profit-over-planet-the-unseen-cost-of-deep-sea-mining/
- https://www.imperialecowatch.com/2021/01/28/morire-per-il-virunga-2/





















































































































