Colpita e affondata una nave carica di fosfati in Mar Rosso

La Rubymar, la nave cargo affondata in Mar Rosso dagli Houthi, i ribelli yemeniti, durante la sua agonia ha lasciato dietro di sé una striscia di carburante lunga 29 chilometri. Lo sversamento è di per sé un disastro ambientale ma quello che ora preoccupa di più è il suo carico. 21.000 tonnellate di fosfati rischiano di innescare una catastrofe ecologica. In un mare dove vivono i coralli più resistenti alle alte temperature e quindi al riscaldamento globale.

Lo sversamento in mare dei fosfati dalla Rubymar | © The Media Line
Attacco ad un’arteria dell’economia globale

È il 18 febbraio 2024, e la Rubymar, proveniente dagli Emirati e diretta in Bulgaria, ha appena imboccato Ba’ab el Mandeb, la Porta delle Lacrime. È lo stretto che connette il Mar Rosso all’Oceano Indiano. Gli ufficiali di bordo sanno che gli Houthi, dallo Yemen, attaccano cargo e navi commerciali con droni e missili come rappresaglia, sostengono, ai bombardamenti di Gaza. La Rubymar batte bandiera del Belize, l’armatore è britannico ma l’operatore è libanese.

Forse, a bordo, si sentono sicuri per la presenza di navigli militari americani e britannici che con un ottimo margine riescono ad abbattere missili e droni. O forse non possono prendere la rotta più lunga, quella che, come alternativa a Suez, prevede la circumnavigazione dell’Africa. La Rubymar, costruita nel ’97 in Giappone, non è nuova ad acque turbolente.

Due anni prima, nel 2022, aveva preso parte al Black Sea Grain Initiative, o Iniziativa del Grano del Mar Nero che aprì uno spiraglio, con la Turchia che garantiva la sua sicurezza della navigazione, al trasporto di grano ucraino verso paesi che sarebbero stati pesantemente colpiti dal blocco imposto dalla Russia.

Quella volta aveva trasportato senza intoppi un carico di grano da Odessa all’Egitto. Ma la notte del 18 febbraio del 2024 non va così bene. Alle 22 circa, ora di Sanaa, due missili antinave lanciati dalle coste dello Yemen bersagliano il cargo. Uno dei missili esplode presso la zona motori.

Non ci sono vittime a bordo, fortunatamente, ma l’acqua inizia a riversarsi nella sala macchine. La nave è presto ingovernabile e l’equipaggio lancia il mayday. Rispondono alla chiamata una nave militare non specificata della coalizione di Operazione Prosperity Guardian, e una nave portacontainer con bandiera di Singapore, la Lobivia. Alle 01:47 del 19 febbraio il Central Command americano comunica che l’equipaggio è safe, al sicuro. Verrà sbarcato a Djibouti. La Rubymar continua il suo viaggio nel Mar Rosso come nave fantasma. Sono state calate le ancore, una procedura che serve a rallentare le imbarcazioni alla deriva e a fermarle nel caso incontrino un fondale poco profondo.

La corrente la porta verso nord, sempre più nel cuore del Mar Rosso. Sei giorni dopo, il 24 febbraio, i satelliti rilevano una perdita di carburante lunga 18 miglia, circa 29 chilometri. Continua ad imbarcare acqua e le pompe, lasciate accese per ritardare l’affondamento, non riescono a far fronte al volume.

Tutti i tentativi di rimorchiarla falliscono. Falliscono per l’opposizione di due autorità interessate: l’autorità portuale di Djibouti, che non vuole ospitarla perché, secondo loro, è a rischio di esplosione e gli Houthi che non accettano attività navali nelle acque dello Yemen. In pochi giorni il ponte della Rubymar arriva a pelo d’acqua. Il 2 marzo affonda con il suo carico letale.

La Rubymar affonda al largo della costa yemenita | © AL-Joumhouriya TV/AFP
Cosa rischia il Mar Rosso

Il fosfato – solfato d’ammonio è un fertilizzante di sintesi che si ottiene dalla combinazione di ammoniaca, acido fosforico e acido solforico. Azoto, fosforo e zolfo, gli elementi base di molti fertilizzanti, sono tra i più letali per la vita marina. Ad ogni sversamento corrisponde un’esplosione incontrollata di alghe, e di microalghe che possono compromettere lo scambio di gas tra l’atmosfera e l’ambiente acquatico limitando la disponibilità d’ossigeno sotto la superficie. Il mare, o i laghi, diventano verdi. E quando le alghe muoiono i fondali si anneriscono.

È il segno di un processo di putrefazione in un ambiente anossico, un ambiente che non libera più ossigeno ma solfati, metano e CO₂. Gli scienziati la chiamano eutrofizzazione, una condizione che è un vero killer di coralli. Negli anni 2000 sono stato testimone di una crescita algale abnorme nella zona di Dahab. C’erano più alghe che coralli.

Le alghe, non simbionti, li stavano lentamente soffocando. Scoprii che era dovuto ad un piccolo incidente nel di Aqaba, in cima al Mar Rosso e a circa 100 km di distanza, mentre trasbordavano dei fosfati. Nulla in confronto alle 21.000 tonnellate a bordo della Rubymar, visto che in quel mare la corrente fluisce continuamente verso nord. Il livello del Mar Rosso, che non ha fiumi immissari, si abbassa continuamente per la forte evaporazione.

Mar Rosso | © Vittoria Amati

Rimboccato continuamente dall’Oceano indiano, il Mar Rosso non ha un vero ricambio d’acqua. Parafrasando Fight Club: tutto ciò che accade in Mar Rosso resta in Mar Rosso. Un mare interessante e non solo per la bellezza unica dei suoi fondali ma anche perché i suoi coralli, evolutisi lentamente (l’evoluzione è lenta, si fa beffe di ciò che ottengono poche generazioni) in un mare che d’estate può essere caldissimo, sono i più resistenti alle alte temperature.

Quei coralli, secondo studi condotti alla KAUST, King Abdullah University of Science and Technology, potrebbero essere clonati per ripopolare gli oceani. Eppure, la Rubymar, cargo da 171 metri fuoritutto zeppo di fosfati, è stato lasciato affondare. Sarà possibile ancora salvarlo? O almeno impedire che il suo carico si sversi in mare?

Dalla Safer all’allarme di Greenpeace

Di un pericolo sventato, sempre nella stessa zona, abbiamo già scritto in un paio di articoli. Riguardano la Safer, una petroliera che rischiava di sversare il doppio del contenuto della Exxon Valdez in quel mare chiuso che è il Mar Rosso. Quella volta la catastrofe fu evitata dalla tenacia e dall’inventiva di un funzionario delle Nazioni Unite, David Gressly, dopo anni di lotte e di pazienti trattative. E non senza l’aiuto di un crowdfunding. Stavolta, purtroppo, la nave è affondata. È andata giù perché le autorità portuali di Djibouti l’hanno rifiutata. Alcuni fertilizzanti possono essere esplosivi.

Temevano un incidente come quello occorso al porto di Beirut nel 2020, quando deflagrarono più di 3000 tonnellate di nitrato di ammonio, che però non è un fertilizzante ma un esplosivo. Gli Houthi, dall’altra parte dello stretto, continuavano a minacciare di affondare tutto ciò che si muoveva nella zona senza il loro consenso. Parliamo del gruppo che ha tenuto per otto anni in ostaggio la petroliera Safer e che ora lancia missili e droni contro i navigli commerciali come reazione alle operazioni militari di Israele a Gaza.

Lo scopo è diverso dalla scusa. L’economia occidentale lo ha già sperimentato nel marzo del 2021 quando la portacontainer EverGreen finì di traverso nello stretto di Suez causando danni all’economia globale per 9 miliardi di dollari al giorno ed un aumento dei prezzi su certi beni che superò il 20%. Bloccando Ba’ab el Mandeb, l’accesso al Mar Rosso e quindi a Suez, sperano di sortire lo stesso effetto. Qualcosa ci fa pensare che non sia stata una idea tutta loro. Ma sopra a tutte le considerazioni geopolitiche, alle attribuzioni di colpe, dobbiamo domandarci cosa può essere fatto per scongiurare l’ultima minaccia all’ecologia del Mar Rosso.

Speriamo che l’accorato appello di Greenpeace MENA (Middle East North Africa) non cada nel vuoto. Lo scafo della Rubymar è sicuramente in condizioni migliori di quello della Safer, ma al momento non è chiara la profondità del punto di affondamento e l’unica iniziativa seria, finora, è quella di Greenpeace.

La mano di Dio

Per i Giardini di Allah molti subacquei e documentaristi intendono il Mar Rosso e, pur nella sua iconoclastia, la religione musulmana ha un grande punto di forza: considera la natura la massima espressione artistica in quanto opera di Dio. Anche da evoluzionista convinto, fatico a rifiutare questa considerazione. E chissà che anche stavolta, come è accaduto con la Safer, la mano di Dio guidi qualcuno per salvare la sua opera più preziosa.

 

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