Il ponte sullo Stretto è un progetto controverso. Si è parlato molto di ricadute economiche, di reti ferroviarie e di rischi sismici ma forse sarà il suo impatto sull’ambiente, finora passato quasi in secondo piano, a fermare la sua realizzazione: Legambiente, LIPU e WWF hanno presentato un ricorso al TAR nel tentativo di impedire il via libera ai lavori.
Dimmi del Mare
Ponte sullo Stretto: perché gli organi ambientalisti più autorevoli cercano di bloccarlo legalmente
Le grandi opere fanno sempre discutere
Dighe, aeroporti, ponti e autostrade comportano una vera riscrittura del territorio dal punto di vista geografico, umano e naturalistico. Fino alla metà del secolo scorso si acclamava la diga più grande, il grattacielo più alto, la galleria o il ponte più lunghi. Senza curarsi troppo del fatto che spesso la loro realizzazione aveva imposto lo sfollamento di migliaia di famiglie, strappato terreni all’agricoltura, stravolto il corso di fiumi, sovvertito interi ecosistemi. I morti sul lavoro erano eroi e i popoli si sentivano partecipi della marcia inarrestabile verso il progresso. I record e i primati rinvigorivano l’orgoglio nazionale e ridistribuivano un senso di potenza, anche quella un po’ freudiana. Oggi le cose stanno diversamente. Stanno diversamente perché, abbiamo acquisito conoscenze e maturato una sensibilità, per il sociale e l’ambiente, che prima non avevamo. Ci siamo arrivati anche grazie ai collegamenti più rapidi, all’energia e alle riserve d’acqua immagazzinate dalle dighe. Se non avessimo costruito i grattacieli le città avrebbero divorato ancora più terreni agricoli e foreste di quanto sia già stato fatto. Con il progresso abbiamo accettato, più o meno consapevolmente, un pacchetto che conteneva molte incognite. Nel pacchetto c’erano i personal computer, gli smartphone e lo starsene seduti comodi in un treno che in tre ore collega Londra a Parigi passando sotto il Canale della Manica, ma anche danni irreparabili alle società umane e al pianeta. È stato soprattutto guardando agli errori del passato, comunque forti delle conoscenze apportate dal progresso, che ci siamo imposti delle regole precise per valutare con estrema cautela l’impatto delle grandi opere.
Costi benefici
Nella realizzazione delle grandi opere, come per quelle che mettono in sicurezza una determinata area, vale il principio costi/benefici. Un principio che deve tenere conto anche dei costi sostenuti dall’ambiente. Davanti a un grande beneficio per la collettività, come per esempio mettere in sicurezza un territorio da alluvioni, frane o valanghe è ritenuto accettabile scavalcare quando non esiste alternativa anche i vincoli ambientali, elaborando però piani di ripristino efficaci. Le dighe di vecchia concezione hanno interrotto le migrazioni e quindi le capacità di riprodursi di innumerevoli specie, anche di grande valore commerciale – come i salmoni – mettendo a repentaglio la biodiversità di interi sistemi fluviali. Per rimediare, con risultati parziali, in molti casi si trasportano esemplari vivi da valle a monte e viceversa. Anche con elicotteri, affrontando dei costi enormi. Per la costruzione del ponte sullo Stretto sono state prodotte delle valutazioni di impatto ambientale e presentati progetti di ripristino. La Commissione VIA (Valutazione Impatto Ambientale) legge le carte e dà parere favorevole. Ovvero: si posi la prima pietra. Legambiente, LIPU e WWF fanno ricorso al TAR del Lazio. E non solo loro. In quel rapporto ci sono troppe cose che non tornano.























































































































Solo delle menti accecate dall’ignoranza dei più elementari valori di rispetto per la sacralità e la inviolabilità della natura in cui viviamo possono continuare a sostenere l’idea di una struttura come il ponte distruttore di un intero ecosistema unico al mondo