L’espansionismo umano in mare ha una mappa

“L’impronta dell’Antropocene non è più limitata alla terraferma”

  • Patrick Halpin, professore di ecologia geospaziale marina alla Duke University.

L’espansione umana nel mare è conseguenza diretta dell’aumento della popolazione sulla terra e delle esigenze del moderno stile di vita. Ogni giorno di più sfruttiamo il mare per estrarre cibo, energia e per il trasporto delle risorse. Uno studio diretto da Global Fishing Watch e pubblicato da Nature ha prodotto la mappa delle nostre attività. Non mancano alcune sorprese positive ma spicca su tutto una enorme percentuale di navi ombra, intere flotte invisibili scovate con l’aiuto dei satelliti e di una IA.

Nave da pesca commerciale | © Coast Guard News | flickr
Cosa sono le flotte ombra

Le chiamano anche gray, o dark, sono le navi che spengono il sistema di identificazione automatica, AIS, comunemente detto trasponder. Il sistema comunica e rende pubblica la posizione delle navi ed è uno strumento importante per la sicurezza ed il monitoraggio del traffico marittimo. Le flotte da pesca, riporta lo studio, sembrano preferire sistemi proprietari cui è difficile accedere senza richiesta. A seconda delle leggi, diverse tra i vari paesi, alcune imbarcazioni possono non esserne equipaggiate, ma avere in dotazione un trasponder e spegnerlo non è esattamente come rifiutare di condividere la propria posizione sull’iPhone per motivi di privacy. Le attività illecite in alto mare hanno tutte quella firma: trasponder spento. Un caso recente di cronaca, riportato dalla CNN, è quello di petroliera russa fotografata dai satelliti mentre trasbordava petrolio su un’altra nave allo scopo di aggirare le sanzioni. Un’operazione pericolosa, oltre che illegale. Le navi che si prestano a questo tipo di gioco spesso appartengono a flotte che sarebbero da rottamare. E certi trasferimenti avvengono senza dispositivi di sicurezza a portata di mano in caso di incendio o sversamento. In condizioni di mare sicuramente peggiori di quelle di un porto. Sempre riguardo al petrolio molte attività di ricerca petrografica si svolgono ‘con discrezione’ affidandosi essenzialmente a radar e luci di posizione per garantire la sicurezza. Tuttavia, sono le navi da pesca a detenere la più bassa percentuale di tracciabilità.

I numeri dell’invasione umana del mare

Le attività umane nei mari e negli oceani, secondo lo studio, compongono l’economia che sta crescendo più rapidamente di tutte le altre, con un volume d’affari compreso trai 1.500 e i 2.500 miliardi di dollari all’anno. Solo nell’industria della pesca sono occupate globalmente 260 milioni di persone. Dal mare provengono il 30% del gas e del petrolio estratti. Circa un quarto delle infrastrutture petrolifere offshore mondiali sono nelle acque di competenza degli Stati Uniti, dove se ne contano più di 2.200, seguono l’Arabia Saudita con 770 e l’Indonesia con 670 strutture. Nel 2021 sono state registrate 4.140.000 ore di attività navale associata alle piattaforme petrolifere contro le 792.500 ore di attività associate alle turbine eoliche. Per mare inoltre transita almeno l’80% delle merci del pianeta. Questa inarrestabile invasione, che solo recentemente ha incluso parchi eolici e acquacolture, nel lungo termine ha provocato la perdita del 50% degli habitat marini critici e portato il 33% degli stock ittici sotto la soglia dello sfruttamento sostenibile. Questo a fronte di un miliardo di persone che dipendono dal mare come principale fonte di sostentamento alimentare.

La mappa globale delle nostre attività marine

I ricercatori sono arrivati alla mappa attraverso una serie di istantanee catturate tra il 2017 e il 2021 utilizzando immagini satellitari, sia radar che ottiche, di alcuni satelliti Sentinel dell’ESA, Agenzia Spaziale Europea, e di Google Earth Engine, per le immagini elaborate di Copernicus. Hanno analizzato i dati AIS, il sistema di identificazione automatica, forniti dai servizi satellitari ORBCOMM e Spire, che contenevano più di 53 miliardi di messaggi inviati dai vari trasponder nel tempo. La mole di dati raccolti, più di mille terabyte, è stata data in pasto ad una Intelligenza Artificiale, precedentemente istruita dai ricercatori che sono così riusciti a identificare con un’accuratezza del 95% le imbarcazioni oltre i 50 metri di lunghezza. L’Intelligenza Artificiale è riuscita a separare le navi che avevano segnalato la loro posizione da quelle che invece non l’avevano fatto. Dalle flotte da pesca vengono le notizie peggiori sulla trasparenza delle navi: circa il 75% della pesca industriale globale contro il 25% delle altre attività navali, non è tracciabile pubblicamente. Ma cominciamo con le buone notizie.

Le buone notizie

Negli anni osservati, riporta lo studio, lo sviluppo di strutture petrolifere offshore è aumentato solo del 16%. L’eolico invece, è più che raddoppiato e oggi gli impianti di questo tipo dovrebbero aver superato in numero quelli petroliferi. Lo sfruttamento del mare come sorgente di energia verde ha due attori quasi esclusivi: l’Europa con il 54% di parchi eolici, e la Cina, con il 45%, ma è dalla Cina che arriva la sorpresa più grande. Dal 2017 al 2021 il numero di turbine eoliche in acque cinesi è aumentato del 900%, con una media di circa 950 nuove turbine installate all’anno. Nello stesso periodo Regno Unito e Germania hanno aumentato l’eolico rispettivamente del 49% e del 28%. Nelle acque di competenza di Europa, Africa, Nord e Sud America e infine Austrlia, le navi da trasporto sono tracciabili pubblicamente dal 93% (Europa) all’81% in Nord America, che in questo gruppo di continenti mostra la percentuale più bassa. Sempre in Europa le navi per la pesca industriale sono tracciabili al 62%, quasi tre volte di più rispetto alle navi presenti nelle ZEE degli altri continenti. La mappatura ha anche messo in luce i punti caldi della pesca illegale.

Le brutte notizie

Due aree marine protette tra le più monitorate al mondo, come la Riserva Marina delle Galapagos e il Parco Marino della Grande Barriera Corallina, hanno inconsapevolmente ospitato un certo numero di navi ombra. Almeno 5 a settimana la riserva delle Galapagos, e almeno 20 navi ombra a settimana il parco marino della Grande Barriera. La penisola coreana è stata oggetto di una intensa attività di pesca non dichiarata con la più alta concentrazione di pescherecci al mondo, con circa 40 imbarcazioni per 1.000 kmq. Nelle acque che circondano il continente asiatico solo il 22% dei pescherecci industriali è tracciabile. Ancora peggio il continente nordamericano, con il 17% di tracciabilità delle navi da pesca nelle acque circostanti. Resta però la Cina a fare paura con i suoi numeri assoluti, visto che il 30% delle navi da pesca che solcano le acque del pianeta è cinese. Se nel 2020, l’anno del COVID, la pesca ha subito una battuta d’arresto, le altre attività che generano traffico navale, come i trasporti e gli spostamenti legati all’estrazione di energia dal mare, sono aumentate. E da allora continua ad aumentare in una misura che i ricercatori hanno definito una nuova rivoluzione industriale. I dati, purtroppo, rappresentano una sottostima delle attività reali. Per ragioni di potenza di calcolo della AI e di accuratezza delle immagini satellitari non è stato possibile, sottolineano i ricercatori, rilevare imbarcazioni di piccole dimensioni o imbarcazioni che si muovevano in alcune aree di scarsa copertura. Il quadro fornito è però illuminante su cosa sta succedendo in mare. Sulla base di questi dati si può fornire un orientamento più preciso ai legislatori per regolamentare la pesca e per contrastare il cambiamento climatico. La mappatura del traffico navale è un valido aiuto nel migliore le stime sulle emissioni in mare, mentre quella sulle infrastrutture di esplorazione petrolifera permette di monitorare il degrado causato da questo tipo di attività.

Il mare e gli oceani saranno sempre più territorio invaso dalla nuova rivoluzione industriale, ma sempre meno Far West, grazie ai satelliti e alle IA. E soprattutto grazie a Global Fishing Watch.

 

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